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Tuareg


Prosegue al Condominio di via Garibaldi 2 (ex Bologna 2) a Calderara di Reno, il festival CONFINI ALLA DERIVA, a cura di Teatro Reon, con due appuntamenti che concludono COME È FATTA LA TERRA DI MIO PADRE?, progetto teatrale ideato e diretto da Giorgio Simbola, in collaborazione con Grazia Negro.
COME È FATTA LA TERRA DI MIO PADRE? è un percorso teatrale, iniziato a marzo, che si è svolto sotto forma di un racconto a episodi, fatto di piccoli eventi e performance e che ha coinvolto le realtà delle persone che abitano al Condominio Garibaldi 2.

Sabato 6 maggio (ore 21) lo scrittore algerino Tahar Lamri presenta Tuareg, un video-racconto composto da immagini, tratte dalla televisione algerina e poeticamente montate, e da un affascinante racconto da lui stesso interpretato.

Domenica 7 maggio (ore 21) i Combo Farango, attraverso arrangiamenti sapienti ed originali ed un insolito repertorio vocale che attinge dalla canzone europea, presentano un divertente ed ironico spettacolo musicale dedicato alla canzone di qualità.
Il loro organico musicale è quello tradizionale del quintetto jazzistico (pianoforte, contrabasso, percussioni, tromba, voce), utilizzato però in modo volutamente più fruibile e popolare.

Il teatro di Simbola, attraverso questo progetto, vuole appartenere a luoghi come il condominio Garibaldi 2 per conoscere e svelare il contrasto tra la realtà difficile di una terra di approdo di emigranti e il sogno dimenticato che li ha spinti a partire.
La domanda del titolo - dice Simbola - mi venne posta da Omar Riahj, nove anni, figlio di una coppia di immigranti che abitavano con noi, mentre contemplavamo su un atlante geografico una cartina della Tunisia, la terra dove suo padre è nato. Mi resi immediatamente conto che dietro a quella domanda non vi era solo curiosità e mi venne naturale, visto che anch'io provengo da una realtà di emigrazione, indagare sui sogni, sull'immaginario di chi è costretto a lasciare la propria terra in cerca di condizioni di vita migliori.
Attorno a questa domanda Giorgio Simbola ha costruito uno studio teatrale (vincitore del premio speciale Scenario 99/2000; il lavoro ha poi debuttato il 5 febbraio nella stagione teatrale della Soffitta grazie alla collaborazione di sei gruppi familiari di etnia Rom, della ex Jugoslavia, che sono andati ad abitare nello stabile comunale che Simbola e la sua compagnia abita in via del Lazzaretto a Bologna.
In questo contesto ben si inserisce Come è fatta la terra di mio padre?, che vuole essere un piccolo percorso fatto di racconti, immagini, suoni, basato sul vissuto degli abitanti del Condominio Garibaldi 2.


Foto della serata:
Grigliata e videonarrazione






Tuareg
di Tahar Lamri





MA DOVE ANDIAMO?

DA NESSUNA PARTE SOLO PIÙ LONTANO


versi corano


Sul suolo rigorosamente piatto e nudo, miriadi di scoppi di quarzo scintillano al sole come infinite stelle.
In alto, sulle cime delle rocce l'aria sembra leggera.
Sagome di falesie si annunciano in lontananza.
Gialle di giorno, color malva di sera.
Il colore è l'unico segno del tempo.
Abbiamo attraversato la hamada, l'erg, il reg ed il sarir, tanti nomi per dire la diversità del deserto.
Deserto di sassi della hamada, deserto di seta dell'erg.
Luoghi di confronto fra sabbia e sassi.
Ogni tanto l'uno prende il sopravvento sull'altro.
Camminiamo da venti giorni alla maniera dei Tuareg: all'alba davanti ai nostri cammelli, per non stancarli troppo, quando il sole diventa troppo caldo per la marcia saliamo sul loro dorso, e, al pomeriggio, con il calare della temperatura torniamo a camminare a fianco degli animali sino al tramonto ed anche alle prime ore della notte.
Il mio compagno di viaggio, di nome Dayak, un Tuareg del Nord, alto di statura e di pelle chiara, e della tribù dei Kel Rela, un nobile dall'incedere noncurante e fiero.
Del suo volto non ho mai visto oltre gli occhi scuri e profondi.
Non aveva nessun obbugo di scoprisi il volto davanti a me.
Io non sono un superiore.
Ad una sosta all'ombra di una roccia gli chiedo:
- Ma dove andiamo?
- Da nessuna parte. Solo più lontano, risponde, poi dopo un po aggiunge: Vedi, il deserto è senza scopo. Come noi nomadi. Non ti svela niente perché non ha niente da nascondere.
Volevo chiedere dei Tuareg, ma apro la bocca e non dico niente.
Abbasso la testa e vedo come delle scritte nella sabbia, chiedo a Dayak:
- Che cosa sono questi segni nella sabbia? - Questi? dice indicando i segni con un bastone. Ah è il tifinagh, la nostra scrittura.
La scrittura Tuareg. Osserva un attimo di silenzio poi si schiarisce la voce e dice: la nostra è una scrittura di nomadi; è tutta fatta di bastoni, e i bastoni sono le gambe di tutte le greggi: sono gambe di uomini, zampe di mehari, zampe di zebù, zampe di gazzella, gambe di chi percorre il deserto. E le croci dicono di andare a destra o a sinistra e i punti - perché vedi, ci sono molti punti - sono le stelle che ci guidano di notte, perché noi Sahariani conosciamo soltanto il cammino, il cammino che ha per guida, di volta in volta, sole poi le stelle, dovresti saperlo no? Sono tanti giorni che camminiamo nel deserto.

(JAAAT MUADDIBATI)

Vedendo che Dayak ora parla di più gli chiedo:
- Parlami dei Tuareg, Dayak
- Ti parlerò dei Tuareg più avanti, non hai ancora viaggiato abbastanza. Guarda il paesaggio attorno a te invece, poi quando sarà il momento te ne parlerò dei Tuareg, mi risponde.
- Allora dimmi perché hai il volto coperto almeno - insisto
- Ma quanto sei impaziente. Così non imparerai mai niente, però ti rispondo lo stesso. Questo che vedi sul mio volto è litham o chech e sostituisce l'indumento originale che si chiama tagelmoust, indossato solo nei giorni di festa. Perché lo porto non sono in grado di spiegartelo, però ti posso dire che per me la legge del velo scuro è più chiara della luce, la legge che comanda di nascondere il viso alla collera, alla sofferenza, all'amore e persino alla morte. Adesso riprendiamo il cammino.
Dayak si alza seguito docilmente da me.
I nomi delle località già attraversate o da attraversare sfilano nella mia mente:

EL Oued - Touggourt - Souf - Ghardaia - Ben lsguen - EI Atteuf -Bou Noura - MetIili - Beni Abbés - Tarhit - Tadmait - Tanezrouft -Hoggar - Tassili n'Ajjer - Tadmekka - Taghaza - Timbuctù - Mopti - Djenné - Bandiagara -Sangha - L'Air - Tenerè - Dogondoutchi - Birni N'Konni - Madaoua - Maradi - Zinder - Abala - Tahoua - Tchin Tabaraden - l-n Gall - Assoua - Tchimoumoumene - Agadez - Teguiddan Tessoum -Bilma - Dirkour - Iferouane - Ghat - Ghadames - Tikhar - Akakus - EL Barkat.

Ripeto ad alta voce ed in ordine sparso questi nomi a Dayak per pura provocazione.
- I Tuareg sono arrivati da padroni quando queste distese che dici non avevano ancora tali nomi ... Dice Dayak.
E con un tono di fierezza aggiunge: Poi dopo abbiamo imposto il nostro dominio alle carovane a cui offrivamo una protezione, se i beduini non pagavano i pedaggi, erano razzie e guerra. Cosa vuoi che ti dica sui Tuareg? Lasciamo perdere. Oggi la metà dei nostri bambini muoiono di morbillo e febbre gialla, e gli squadroni del Mali, i cosiddetti "Ghanda Koy" ci danno la caccia e ci chiamano "i banditi dalla pelle bianca". Guarda il paesaggio va'! conclude con amarezza.
Guardo i suoi occhi che non tradiscono alcun sentimento.
Mi viene in mente il poeta Chanfara che dice che il nomade del deserto assomiglia a quel lupo dalle chiappe magre, che una solitudine rinvia ad un'altra solitudine e aggiunge: quando la pianta callosa dei miei piedi batte la terra seminata di sassi, ne tira fuori scintille. Rispondo alle esigenze della fame con un orecchio sordo. La inganno fino a dimenticarla. Al bisogno inghiotto un po' di sabbia piuttosto che subire l'insopportabile ospitalità di un uomo arrogante.
La libertà: unica ricompensa ad una vita precaria, in ambiente ingrato dove l'uomo è al limite dell'adattamento.
Il segreto della sopravvivenza sta nella mobilità.
Per chi avanza nel deserto senza fine, in un immutabile scenario, non si tratta di un lungo vagabondaggio, ma piuttosto di una lunga dissidenza.
Il deserto è la terra dei ribelli e dei profeti, ribelli per antonomasia.
L'uomo del deserto vive così nutrito da un lento confronto con l'uragano naturale, nello schiacciante silenzio delle ore.
Il più piccolo gesto umano assume un valore, la più intima perturbazione del paesaggio è un segno, fosse quello dell'assurdo il deserto dà la coscienza della futilità delle cose.
Dopo queste vertiginose giornate passate in questo viaggio mi sento assalire da un tranquillo stupore.
Dayak porta il segno di questo placido stupore perennemente sugli occhi ed immagino anche sul resto del volto.
No! Decisamente, il deserto non è terra di assenza.
Mi vengono in mente le parole di Dayak Il deserto non ti svela niente perché non ha niente da nascondere, ma lo scenario, qui davanti ai miei occhi è così scoperto, così trasparente, che per contrasto tutti, i misteri del mondo mi sembrano qui concentrati.
Seguendo il consiglio di Dayak, guardo il paesaggio attorno a me, arborescenze geologiche, sconvolgimenti tellurici hanno preso il posto della vegetazione.
Il calore intenso vetrifica la sabbia producendo distese di stelle sul suolo.
Su questa terra immacolata, solo le cicatrici possono creare quella stupefacente diversità del deserto.
Nella notte dei tempi, cataclismi si sono prodotti.
Piogge torrenziali si sono riversate sul Sahara, le rocce più friabili sono state portate via, ma le parti dure hanno resistito.
Oggi li vedo là davanti a me: picchi che si ergono come vegetazione gigante di qualche centinaia di metri di altezza sull'orizzonte piatto.
Isolotti appuntiti, ventose, funghi rocciosi, sono tutti qui riuniti per testimoniare del diluvio originale.
Anche le rare impronte umane sembrano mineralizzate.
Sul massiccio dell'Akakus abbiamo visto spettacoli stupefacenti: dune policrome appollaiate su castelli di sassi o su torri di gres rosso.
Giochi di luci e ombre, colori che cambiano secondo le ore del giorno.
Nell'ora che precede il tramonto il paesaggio si trasforma, acquista iridescenza, scoppia in infinite sfumature e ricompensa della fatica del viaggio.
Abbiamo visto rovine di castelli Tuareg, mausolei romani.
La sabbia è la materia del tempo, ha inghiottito tutti i conquistatori.
Ha livellato nel corso del tempo vincitori e vinti.
Si sono salvati soltanto gli arabi perché disponevano di cammelli, dai passi leggeri che disturbavano appena le dune.
Cammelli dal cuore più caldo dei fuochi del simun, dagli occhi così somiglianti all'anima dell'uomo, dice una canzone Tuareg.
Ah già! il vento. Ne ho visto di vento in questo viaggio.
Ma nella lotta fra la sabbia ed i sassi, ho visto il vento impotente di fronte alla hamada, anche sollevando la sabbia in terribili tempeste, non fa altro che togliere da una parte ciò che mette dall'altra.
Forse qui anche il vento è un nomade preso dal vortice del tempo circolare.
L'erg non perde neanche un granello di sabbia.
Ma del passaggio del vento rimangono lunghe zebrature ondulate sulla sabbia.
Nell'antichità i Psilli, un popolo della hamada della Sirte, vedendo il vento del sud, Notus, dissecare la loro regione, partirono in guerra contro di lui e scesero a cercarlo nel suo covo, più a sud, ma quando arrivarono nel deserto di sabbia, Notus si mise a soffiare con tutte le sue forze e li seppellì tutti.
Oggi Notus si chiama Ghibli o Simun o Chergui o Ch'hili e continua ancora oggi a rastrellare la hamada dopo aver ripreso fiato nelle distese di sabbia del sud.

(LAU TAALAMINA BIMA AJUNNU MINA L HAWA)

In questo sistema di difesa che si racchiude senza pietà sull'uomo, un piccolo spiraglio appare all'improvviso.
Il letto del Mathendous si apre nell'ammasso di pietre, scendiamo nel fondo.
A cento metri più giù ci troviamo prigionieri di un canaletto di sabbia in mezzo a due ripide rocce levigate.
All'ombra della sera che scende su di noi, in un silenzio soffocante, qui nel centro della terra, la vita ci appare in un colpo. Provocante e smisurata.
- Un elefante, una giraffa, un bue, un antilope mi sono messo a gridare.
Dayak mi guarda in silenzio. Senza neanche un sorriso gratificante. Qui di fronte a me, scolpiti nelle pareti. Animali giganti. Immagini di caccia. Passato impenetrabile.
Osservando questa arte grezza, dalla bellezza irresistibile, dove il tratto sembra ridotto alla purezza del movimento, ho l'impressione di scoprire un'arte compiuta, attuale, come se tutta l'arte, da quando sono stati scolpiti questi disegni, non fosse che un susseguirsi di peripezie per ritrovare questa matrice.
Come se la preistoria, in un fantastico viaggio a ritroso nel tempo, fosse carica di una millenaria cultura.
- Andiamo, - Dayak mi tira fuori dal mio stupore, faccio un salto di sorpresa e cado all'indietro.
- Ti chiedo scusa, - dice Dayak, - non volevo spaventarti, ma è da molto tempo che siamo qui e dobbiamo raggiungere un posto qui vicino per passare la notte.
Mi alzo a fatica e seguo Dayak nella risalita. Non oso più parlare.
Dopo un po' arriviamo ad un posto tutto sommato accogliente, c'era anche un pozzo d'acqua.
Dayak accende il fuoco e mette l'acqua a bollire per il the.
Mangiamo i datteri che ci sono stati offerti dai nomadi incontrati due giorni prima.
Poi Dayak si dirige verso il cammello e dal fianco della sella tira fuori un liuto.
Si mette a sedere addossato ad un sasso e comincia a suonare.
Sembrava aver qualcosa da dire però continua a suonare per circa un'ora, poi alla fine mi porge il liuto.
- Ma io no so suonare, - dico
- allora canta, - mi risponde
- veramente non so neanche cantare, - rispondo.
- Male, male, - dice Dayak poi senza aspettare risposta aggiunge: È da quando siamo in viaggio che mi chiedi di parlarti dei Tuareg. Fino adesso non ho risposto a questa tua richiesta perché non avevi ancora familiarizzato con il deserto e quindi potevano sfuggirti alcune cose, ma adesso penso di potertene parlare anche se... Comunque. Va bé. Hai mai sentito parlare dell'albero di Ténéré? - mi chiede Dayak
- Sì ne ho sentito parlare, è l'unico albero che sia stato mai segnato su una carta - rispondo
- Era l'albero più solitario del mondo - dice Dayak, poi aggiunge: l'unico albero del deserto. Vecchio di centinaia di anni. Era un punto di riferimento nell'erg del Ténéré. Per centinaia di chilometri c'era solo sabbia e l'albero di Ténèrè. Un bel giorno nel 1973 un camion lo travolge. Noi Tuareg siamo come quell'albero, eravamo radicati nel deserto, non c'erano confini per noi, sono arrivati i Cristiani e hanno detto: queste terre sono nostre e allora noi li abbiamo combattuti, poi dopo ci hanno lasciati in pace e noi andavamo da un paese all'altro perché questi Cristiani ci lasciavano fare quello che facevamo prima ma poi i Cristiani sono andati via e sono stati sostituiti da governi, confini, cittadinanze, passaporti, visti e tante altre cose, e così comincia per noi la tragedia. Non sto adesso a parlarti di queste cose perché le puoi immaginare da solo, e poi vedo che sei impaziente di sapere chi sono i Tuareg. Anche se non capisco la tua impazienza ti rispondo lo stesso però ti avverto non aspettarti molto da me perché non troverai che delusione, accontentati di quel che ti dico e vedrai che imparerai molto. Allora, per cominciare ti dirò che il vero nome del nostro popolo è Imazighen che vuole dire "uomini liberi" il nome tuareg ci è stato dato dagli arabi ed è un nome dall'etimologia incerta, potrebbe voler dre "quelli che sono sempre per strada" oppure i seguaci di una tariqa, una confraternita. Comunque gli Imazighen o, se vuoi, i Tuareg oggi sono raggruppati in nove confederazioni rette da un capo (Amenokal): Kel-Ajjer, Kel-Ahaggar, Kel-Air, Kel-Antassar, Kel-Gress, KeI-Dinnik, Jullemiden, lforas, Tenghereghif. Nessuno sa con esattezza da dove veniamo. Neanche noi lo sappiamo ma a noi interessa poco saperlo. Sappiamo che la nostra origine è berbera e questo ci basta. Alcuni dicono che veniamo dallo Yemen, dopo la rottura della diga di Ma'arib, costruita sotto il regno deila Regina di Saba, per intenderci, le popolazioni di quel paese immigrarono in Africa e uno dei rami di quelle popolazioni è venuto ad abitare queste terre. Così dicono. Ma forse siamo qui dalla preistoria. Altri dicono che i nostri antenati sono i Garmanti, contro i quali i romani dovettero sudare per imporre il loro dominio. Insomma ci sono tante teorie. Comunque siamo berberi, la nostra scrittura l'hai vista è il tifinagh, che vuoi dire scrittura dei fenici, perché l'abbiamo presa da loro. Io sono uno dei pochi uomini a saper scrivere, perché una volta, ma adesso è cambiato tutto, solo le donne sapevano scrivere. E la nostra lingua si chiama tamacheq, la lingua berbera più pura perché incontaminata. La nostra vita ruota attorno alla donna, l'uomo da noi non è il padrone di casa ma un ospite. Appena sposati, l'uomo va vivere presso la moglie che rimane la padrona di casa. Ed i figli sono affiliati allo zio materno. Questo - dice Dayak indicando il chech, la sciarpa che gli copre il volto - lo porto dall'età di quindici anni, la nostra tradizione vuole che lo zio materno lo regali al nipote al suo primo digiuno del ramadan. Le nostre donne invece vanno a volto scoperto. Prima di diventare musulmani eravamo animisti. Comunque animisti o musulmani siamo sempre stati monogami. D'altronde, un guerriero, un viaggiatore, un nomade che cosa se ne fanno di tante mogli? Siamo circa un milione di persone divise fra questi nuovi paesi che si chiamano Algeria, Mali, Niger, Libia. Oltre alle confederazioni che ti dicevo prima, c'è una particolare divisione fra gruppi dell'est e dell'ovest. Non hai notato niente, a proposito delle tende nel nostro viaggio? - mi chiede Dayak
- Sì, mi sembra che le tende che abbiamo visto ad est siano diverse da quelle incontrate ad ovest, dal colore credo...
- Esatto, i gruppi dell'est hanno le tende a righe bianche, gialle e marroni...
- È vero - lo interrompo - mentre quelle dei gruppi dell'ovest sono nere e rosse
- Sì è così
Approfittando di questo dialogo, chiedo a Dayak
- È vero che i Tuareg sono sempre stati schiavisti?
Dayak sembra sorpreso da questa domanda, si alza poi va a sedersi su un sasso, dondolando leggermente le gambe.
- Ascolta, queste parole moderne non significano niente per noi. Io ho studiato in quelle terre che si chiamano Europa, e ti posso rispondere. Ma la nostra gente non sa che cosa vuoi dire schiavo, nè quelli che tu chiami schiavi sanno che cosa vuoi dire questa parola. Mi ricordo alcuni anni fa un inglese è venuto a Timbuctù, era uno scrittore credo, ha comprato uno schiavo per dimostrare che c'era questa cosa che dici poi l'ha lasciato libero. Lo sai che cosa e successo? L'uomo non sapendo cosa fare, è tornato dal suo vecchio padrone. La realtà è che i nostri nobili imochar sono viaggiatori e commercianti, però, come hai visto, noi abbiamo anche dei villaggi, dove stanno le nostre mogli, i nostri bambini, i nostri vecchi. Ma noi non siamo agricoltori, le popolazioni locali ed i neri sì. Allora abbiamo chi lavora per noi, e questi sono i bella che qualcuno traduce con la parola servi e gli iklan che qualcun altro, nella sua lingua che non c'entra niente con la nostra, chiama schiavi. Questi che tu chiami schiavi lavorano la terra e prendono il quinto del raccolto, e c'è chi arriva anche alla metà di questo raccolto. Poi il padrone schiavista non si mescola con i suoi schiavi, mentre noi come hai visto i tre quarti della nostra popolazione è nera. Vedi, da qualche anno da noi c'è una nuova categoria chiamata ichomar, lo sai da dove deriva questa parola? deriva dal francese chomeurs, disoccupati. Questa categoria secondo te dove dobbiamo classificarla? Le cose hanno un contesto e una logica se li tiri fuori da lì non capisci più niente, ecco tutto, la lama non puo tagliare se stessa nè la lingua è in grado di assaporare il proprio gusto. Ecco tutto.
- Sì, ma io ho letto che una volta i Tuareg facevano il commercio degli schiavi, - dico a Dayak
- Certo questo commercio c'era, ma c'erano anche tanti altri commerci che adesso non ci sono più, è soltanto una questione di tempi storici. La nostra gente commerciava con i romani, con i cartaginesi, con i fenici ma anche con gli africani, le nostre carovane arrivavano fino all'Africa centrale e oltre e questi africani vendevano ai Tuareg degli schiavi e cioè dei neri che erano già schiavi. Era così.
- Però alcuni dicono i Tuareg razziavano anche dei bambini neri per farne degli schiavi. - gli dico io
- Ascolta, non possiamo dilungarci molto su questo argomento perché non possiamo parlare di una verità di ieri con le parole di oggi. È vero questa cosa è esistita. - Risponde Dayak
- Dimmi Dayak, ma perché la chiami ora questa cosa che dici tu, ma non con il suo nome, schiavitù?
- Perché non voglio convincerti della mia ragione e so che tu non potresti mai capire, non essendo di queste terre. Questa cosa - dice ridendo - si può capire soltanto se sei di qui ecco. Vedi, dalle tue parti quando piove si dice che il tempo è cattivo, dalle nostre invece quando piove si dice, Ah che bel tempo! Tutto sta qui. Ma adesso dormiamo. Domani è la festa del mulud e visto che ormai siamo a Djanet ti farò vedere una cosa che credo ti piacerà molto.
All'indomani siamo andati a Djanet. Un'aria di festa regna nell'oasi Da tutte le moschee altoparlanti diffondono versetti salmodiati del corano così:

versi corano


Gruppi di persone seduti sulla sabbia intenti a versare ritualmente il thé, altri facevano il méchoui, montoni arrostiti interi sulle braci, uomini con gandura bianche o vividamente azzurre, le donne con vesti leggere, celeste o verde smeraldo, sapientemente truccate con ocre rosse e gialle impastate con olio o crema.
Abbiamo passato gran parte della giornata fra questi gruppi a bere il thè e mangiare il mèchoui.
Ho scoperto che Dayak era un gran chiacchierone, e questo mi bastava.
Nel pomeriggio ci avviamo tutti verso la grande piana bordata dal palmeto.
Dayak mi prende per il braccio poi mi dice:
- Vieni, andiamo a sederci su quella duna, adesso assisteremo ad una partita di t'kalcit.
Poi una volta seduti prosegue:
- Il t'kalcit è una specie di hockey sulla sabbia. Infatti sono stato sorpreso quando ho visto per la prima volta quel gioco dell'hockey. La piana che vedi viene idealmente divisa in tre seffori, in ognuno dei quali si disputa una partita nord-sud fra due villaggi contrapposti, dei sei che costituiscono il complesso di Djanet. Ogni villaggio dunque schiera in campo la sua squadra, ma si tratta di uno schieramento relativo, in quanto qualunque uomo puo mettersi a giocare con la squadra del suo villaggio o andarsene quando non ne ha più voglia; d'altra parte il numero dei giocatori è illimitato, dipende dal numero degli abitanti del villaggio e dalla loro disponibilità a giocare, secondo la propria libera aspirazione. Anche il campo è illimitato; vengono soltanto segnate le due mete contrapposte oltre le quali i giocatori, armati di nodosi bastoni, devono scagliare una palla di cuoio.
Infatti il gioco comincia proprio ora, e già l'agitazione e la polvere sono al culmine.
Uomini corrono dietro la palla dando forti colpi con bastoni un po' ricurvi, sollevando nuvole di polvere, spesso i bastoni volano in mille pezzi.
Il gioco è abbastanza rude e pericoloso ma non vedo nessuno arrabbiarsi.
Anzi nella mischia spesso scoppiano grandi risate.
Vedo che anche il pubblico sta dove vuole: fuori del campo o dentro di esso.
Spesso anche lo scesc di alcuni giocatori svolazza da tutte le parti e poi è anche pesante, sono sei o sette metri di tela, però alla fine ho capito che senza gli scesc che t'kalcit sarebbe?
Il gioco è durato forse più di due ore, però è finito perché sono rimasti in campo pochi giocatori, gli altri sono andati via man mano che si stancavano oppure quando non avevano più voglia di giocare.
E poi comunque ormai è notte inoltrata, e nella notte limpida rischiarata da miliardi di stelle si sentono rincorrersi dappertutto gli acutissimi trilli delle donne, emessi modulando la voce nel fondo della gola.
Il giorno dopo abbiamo ripreso il cammino risalendo verso nord.
Io pensavo a Dayak, quant'è sorprendente, un Tuareg che ha studiato in Europa, cosa sarà mai andato a studiare là? E perché è andato a studiare proprio in Europa? Cosa avrà mai studiato? queste e altre domande mi ossessionavano pero non osavo esprimerle, conoscendo la suscettibilità del mio compagno.
Per non fare queste domando gli chiedo:
- Non mi hai mai parlato del commercio dei Tuareg
- Di commercio ne abbiamo parlato un po', almeno quello degli schiavi, - mi risponde
- No, non intendevo quello, io ho letto da qualche parte che i Tuareg erano grandi commercianti di sale
- Non solo. Quando il commercio era fiorente, i Tuareg attraversavano il deserto con carovane immense, formate anche da più di 25.000 cammelli. Nell'Africa centrale le carovane portavano sale e datteri, che venivano scambiati con prodotti di valore; nel viaggio di ritorno si portavano stoffe, migIio, zucchero, prodotti artigianali, oro, avorio, che vendevano a nord agli arabi, che a loro volta lo vendevano in Europa. Poi dopo, le nostre poche carovane si sono messe a trasportare qualsiasi cosa, ti ricordi quel tuareg che avevamo incrociato a Tamanrasset che aveva sul dorso dei suoi cammelli dei frigoriferi e dei televisori?
- Sì, me lo ricordo, - rispondo
- Ebbene per un certo periodo di tempo, i nostri commercianti si sono lanciati nel traffico di merci introvabili al nord, e così potevi vedere carovane che trasportavano videoregistratori, computer, frigoriferi, insomma tutto quel che non si poteva trovare facilmente al nord, anzi mi è capitato di accompagnare un commerciante che trasportava un automobile che aveva comprato nel Mali, l'ha smontata tutta e l'ha caricata sui cammelli. Oggi invece i nostri nobili e sprezzanti nomadi sono per lo più profughi, alcuni hanno costituito anche delle cooperative di allevamento oppure agricole e riescono a tirare fuori qualche cosa dalla sabbia. Vedi, io... mi hanno mandato a studiare in Europa, perché un bel giorno i signori del nord hanno deciso che non dovevamo più fare i nomadi, allora prima sono venuti e hanno fatto il censimento poi dopo ci hanno messo a disposizione una scuola ambulante, poi siccome l'esperimento è fallito, hanno scelto alcuni ragazzi, ed io ero fra quelli, e ci hanno mandato in un collegio, poi a non so quale responsabile del Ministero dell'agricoltura è venuto in mente che i nostri dromedari erano malnutriti e allora hanno scelto me per andare a studiare, pensa, una disciplina chiamata "Scienza dell'alimentazione animale". Però questa disciplina non era insegnata qui nelle università del paese e allora mi hanno dato una borsa di studio, c'era dentro anche un'organizzazione dell'ONU e siccome questa organizzazione aveva la sede a Roma ha scelto per me una università italiana, e così sono andato a studiare questa scienza in una città chiamata Reggio Emilia. Ma la tragedia, - e noi diciamo "la peggiore tragedia è quella che fa ridere" - è che in questa città non avevano mai visto un dromedario, e siccome i docenti erano quasi tutti specializzati nell'alimentazione dei suini, mi sono specializzato anch'io nella scienza dell'alimentazione dei suini. Ti sembrerà strano ma è andata proprio così. Dopo ho deciso di tornare qui, non mi andava di rimanere in Europa, perché non volevo morire con troppi desideri e allora ho scelto di venire qui a vivere da nomade diciamo, di lasciare trascorrere le stagioni su di me. anche perché in questi ultimi anni mi sono successe delle cose terribili, come del resto a tutto il mio popolo...
Dayak si interrompe su queste parole, e vedo i suoi occhi inumidirsi, si inchina sulla sabbia e comincia a tracciare dei segni come se volesse confidare al deserto un segreto.
Poi tira fuori dalla tasca interna della sua gandura una foto in bianco e nero di una bellissima ragazza, e poi mi dice:
- Ti voglio affidare questa fotografia, io non posso più tenerla con me, ti prego di portarla sempre con te e di esibirla quando puoi, più occhi la vedranno e più gente si ricorderà di lei. Io sulla sua tomba ho piantato una palma che ha già germogliato e se cresce bene sarà la palma più solitaria del Sahara. Perché vedi un giorno ho visto un film quando ero in Europa che si conclude con queste parole: "Io non so se ricordo è una cosa che hai oppure è una cosa che hai perso". Adesso ascolta la voce di Gibran Khalil Gibran: "io non lascio dietro di me un pensiero, ma un cuore dolce di fame e di sete. Eppure più a lungo io non potrò tardare Il mare che vuole ogni cosa, mi chiama, e devo imbarcarmi Poiché se resto, sebbene brucino le ore della notte, io sarò ghiaccio e fossile, e costretto in una forma. Con me vorrei portare ogni cosa. Ma come potrò farlo? Non può una voce trascinare con sé la lingua e il labbro che le diedero le ali. Da sola dovrà varcare il cielo. E sola e senza nido volerà l'aquila nel sole."
Dopo Dayak si è alzato in volo ed io sono rimasto lì, mi sono addormentato non so per quanto tempo e come il mio antenato lbrahim lbn AI-Bukhari lbn Abdullah ho sognato il cervo illeso che chiedeva scusa al cacciatore deluso, poi al mio risveglio mi sono accorto di essere Dayak e allora mi sono alzato e mi sono incamminato per le Vie dei Canti.

Tahar Lamri




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