2. DALL'ANALISI DEL SEGNO AL MODELLO SEMIOTICO-ENUNCIAZIONALE


2.1. FERDINAND DE SAUSSURE: IL SEGNO

2.2. LOUIS HIELMSLEV: LA FUNZIONE SEGNICA

2.3. VLADIMIR PROPP: LE FUNZIONI NARRATIVE
2.3.1. Funzioni narrative e sfere d'azione
2.3.2. Propp vs Lévi-Strauss
2.4. GLI ATTI LINGUISTICI
2.4.1. La forza illocutoria
2.4.2. Classificazioni degli atti linguistici
2.5. EMILE BENVENISTE: L'UOMO NELLA LINGUA
2.5.1. L'enunciazione
2.5.2. Deissi ed anafora
2.6. ROMAN JAKOBSON: LE FUNZIONI DEL LINGUAGGIO

NOTE CAPITOLO 2


2.1. FERDINAND DE SAUSSURE: IL SEGNO

La riflessione sul linguaggio, sui segni e sui discorsi non è certamente una prerogativa del ventesimo secolo.
Infatti, già nell'antichità classica si era sviluppata un'ampia riflessione sul concetto di segno.1
In seguito, la riflessione sul linguaggio, sulla sua evoluzione ed in particolare sulla sua origine attraversò tutta la cultura europea.2
Noi, per limitare il campo di indagine, partiremo dagli inizi del ventesimo secolo, precisamente da uno studioso che, anche se non è stato il primo ad avvertire la necessità di una scienza sei segni, ha dato un contributo fondamentale all'evoluzione degli studi linguistici e semiologici: Ferdinand de Saussure.3
Molte parole e concetti-chiave che dalla linguistica sono poi entrate stabilmente nel dizionario di altre discipline hanno avuto la loro origine nell'opera più famosa di Ferdinand de Saussure: il Corso di linguistica generale.4
Possiamo qui ricordare per esempio concetti come sincronia e diacronia, langue e parole, significato e significante.
Ferdinand de Saussure pone come oggetto della linguistica non il linguaggio multiforme ed inclassificabile in categorie ed unità, ma la lingua come "sistema di segni distinti corrispondenti a delle idee distinte" (DE SAUSSURE, tr.it.1985, 20).
È grazie all'esistenza della lingua come strumento fornito dalla collettività che ogni individuo può compiere gli atti di parole.
Ogni atto di parole è individuale ed irripetibile, mentre la lingua è sociale, anche se esistente virtualmente nel cervello di ogni individuo.
Proprio perché distinta dai singoli atti di parole ed omogenea, la lingua può essere studiata e descritta separatamente.
Ferdinand de Saussure chiama semiologia la "scienza che studia la vita dei segni nel quadro della vita sociale" (DE SAUSSURE, tr.it.1985, 26).
Il segno linguistico non unisce una cosa ed un nome ma "un concetto ed un'immagine acustica" (DE SAUSSURE, tr.it.1985, 84).
Concetto ed immagine acustica sono entità psichiche unite strettamente tra loro.
Per evitare ambiguità terminologiche, Ferdinand de Saussure chiama queste due entità psichiche significato e significante, termini che rendono conto del fatto che queste due entità sono unite tra loro, pur opponendosi, e che sono parte del segno.
Essendo il legame tra significato e significante arbitrario, tutto il segno è arbitrario, anche se relativamente motivato.
Secondo Ferdinand de Saussure, oggetto di studio della semiologia deve essere l'insieme dei sistemi fondati sull'arbitrarietà del segno tra cui la lingua è il più complesso e diffuso.
Un'altra importante intuizione saussuriana è che "nella lingua non vi sono se non differenze" (DE SAUSSURE, tr.it.1985, 145).
Non ci sono idee o suoni che preeesistono al sistema linguistico, ma differenze ed opposizioni al suo interno, sia che consideriamo il significato, sia che consideriamo il significante.
Non c'è qualcosa di preesistente, ma vi sono dei valori che vengono definiti in rapporto a quello che essi non sono.
significato e significante sono, presi a parte, differenziali e negativi, ma la loro combinazione diventa un fatto positivo.
I segni, risultati di queste combinazioni, sono, quindi, costituiti da differenze ed opposizioni.
La lingua è un complesso sistema di segni che si condizionano reciprocamente, è "una forma, non una sostanza" (DE SAUSSURE, tr.it.1985, 147).
Concentrando la sua attenzione sul sistema della lingua, Ferdinand de Saussure giunge a riflettere sulla linearità del significante.
Essendo il significante un'immagine acustica, esso si estende nel tempo ed in una sola dimensione lineare.
I suoi elementi si presentano uno dopo l'altro, formando una catena.
Nella scrittura la successione nel tempo viene evidenziata dalla linea dei segni grafici.
De Saussure intuisce, comunque, che vi sono sistemi di segni che, diversamente dalla lingua, hanno significanti non lineari.5
Partendo da questa riflessione sul carattere lineare della lingua, Ferdinand de Saussure giunge a definire come sintagma la combinazione di due o più elementi consecutivi sulla catena della parole.
Un termine in una successione sintagmatica acquisisce il suo valore solo perchè è opposto a quello che lo precede e a quello che lo segue.
Mentre i rapporti sintagmatici sono interni ad un discorso, al di fuori di esso le parole che hanno qualcosa in comune si uniscono nella memoria secondo vari rapporti associativi.
I rapporti associativi non hanno per supporto un'estensione, ma uniscono termini in una serie mnemonica virtuale.
Quelli che Ferdinand de Saussure chiama rapporti associativi sono stati chiamati, come vedremo, paradigmatici (cfr.2.2.).
Essendo i termini collegati nei discorsi da rapporti sintagmatici e richiamandosi ad altri presenti nella memoria secondo rapporti associativi, Ferdinand de Saussure conclude che questo comporta delle limitazioni all'arbitrarietà dei segni.
La lingua è sì un sistema complesso, ma nella massa dei segni vi è ordine e regolarità.
I segni, quindi, non sono tutti e del tutto arbitrari ma relativamente motivati.

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2.2. LOUIS HJELMSLEV: LA FUNZIONE SEGNICA

Ad approfondire le intuizioni di Ferdinand de Saussure ed ad introdurre nuovi concetti che oggi fanno parte integrante della linguistica e della semiotica fu il linguista danese Louis Hjelmslev, esponente della scuola "glossematica".6
Louis Hjelmslev critica Ferdinand de Saussure quando quest'ultimo afferma che la lingua è forma e non sostanza perché
"in una scienza che evita postulati non necessari non c'è posto per l'assunto che la sostanza del contenuto (il pensiero) o la sostanza dell'espressione (la catena sonora) precedono la lingua, nel tempo o in un ordinamento gerarchico, o viceversa" (HJELMSLEV, tr.it.1968, 54).
Hjelmslev introduce, inoltre, i concetti di espressione e contenuto al posto di quelli di significante e significato.
Espressione e contenuto sono piani legati solidarmente tra loro, sono funtivi di una funzione segnica.
Secondo Hielmslev, il pensiero, se non espresso, non è contenuto linguistico e dei suoni emessi senza pensare non sono espressione linguistica.
Hjelmslev introduce anche la distinzione tra gli assi del processo e del sistema.
Il processo è un gerarchia di funzioni logiche del tipo e... e...dette funzioni di relazione.
In ogni punto di un processo si possono definire gerarchie del tipo o...o... dette funzioni di correlazione o sistema.
Mentre il concetto di processo approfondisce quello saussuriano di sintagma, il concetto di sistema estende quello saussuriano di rapporti associativi (cfr.2.1.).
Secondo Hjelmslev, il sistema non è un principio mentale di associazione di segni che rinvia ad una serie mnemonica ma un criterio metodologico che elimina il soggettivismo.
Il sistema è una serie virtuale di possibilità tra le quali un parlante od un autore scelgono quando costruiscono un processo di significazione.
Un processo è ripartito in catene e parti, un sistema è articolato in paradigmi e membri.
Hjelmslev definisce come testo il processo dei linguaggi linguistici e come lingua il loro sistema.
Ogni lingua traccia delle suddivisioni nella materia amorfa del pensiero e attraverso le funzioni segniche la forma, la struttura. Viene così a costituirsi una forma del contenuto in rapporto arbitrario con la materia che viene così resa sostanza del contenuto.
La lingua traccia queste suddivisioni sia lungo l'asse del processo che lungo l'asse del sistema.
Hjelmslev riporta come esempio quello dei colori, mostrando come diverse lingue suddividono paradigmaticamente in modo diverso la stessa materia amorfa dello spettro solare.
Anche il piano dell'espressione è dotato di un processo e di un sistema e, come per il contenuto, la funzione segnica istituisce una forma e una sostanza dell'espressione.
Hjelmslev, comunque, definisce il segno come
"unità che consiste di forma del contenuto e di forma dell'espressione, ed è stabilita dalla solidarietà che abbiamo chiamato funzione segnica" (HJELMSLEV, tr.it.1968, 63).
Hjelmslev introduce anche il concetto di figura come unità in cui il segno è scomponibile non dotate di significazione propria. Un'altra grande intuizione hjelmsleviana è l'integrazione dei segni nel discorso.
Come fanno notare Francesco Marsciani ed Alessandro Zinna, "tra figure, segni e intere proposizioni esistono due funzioni principali a cui Hjelmslev dà il nome di reggenza e combinazione" (MARSCIANI e ZINNA, 1991, 25).
Due elementi possono combinarsi o no tra loro nelle frasi o nei discorsi, ma tra due elementi esiste anche una funzione più forte, quando la presenza di un elemento implica necessariamente la presenza dell'altro. In questo secondo caso si parla di reggenza.
Combinazione e reggenza sono funzioni presenti sia sul piano dell'espressione che sul piano del contenuto.
Al livello del piano del contenuto possiamo chiamare isotopia
"la ridondanza delle proprietà semantiche che rendono possibile l"integrazione e la combinazione contestuale tra contenuti di segno" (MARSCIANI e ZINNA, 1991, 26).
Concludiamo questa sintesi delle principali intuizioni hjelmsleviane con la distinzione tra denotazione e connotazione.
La denotazione è la relazione che si stabilisce tra il piano dell'espressione ed il piano del contenuto.
La connotazione stabilisce un'altra relazione di contenuto su una precedente denotazione.
Per esempio, l'espressione /albero/ non solo denota sul piano del contenuto ogni pianta eretta e ramificata ma veicola anche, secondo i contesti in cui si trova, connotazioni come natura, forza, nutrimento, riposo, ecc.

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2.3. VLADIMIR PROPP: LE FUNZIONI NARRATIVE

Passiamo ora ad un ambito di studi diverso dalla linguistica, ma altrettanto fecondo in intuizioni che sono alla base della semiotica strutturalista: gli studi narratologici, in particolare quelli di Vladimir Propp sulle fiabe di magie russe.
Ci soffermeremo, inoltre, sulla polemica tra Vladimir Propp e l'antropologo strutturalista francese Claude Lévi-Strauss, in quanto ne vedremo poi le conseguenze sul pensiero di Algirdas Julien Greimas (cfr.2.8.).

2.3.1. Funzioni narrative e sfere d'azione

Vladimir Propp si pone come compito un'analisi comparativa ed empirica di cento fiabe di magia russe.
Per fare questo, egli non punta ad un'analisi storica, ma a uno studio delle parti componenti la fiaba.
Secondo Vladimir Propp "è possibile esaminare le forme della favola con la stessa precisione con cui si studia la morfologia delle formazioni organiche" (PROPP, tr.it.1966, 3).
Nella ricerca degli elementi formali della fiaba, Propp scopre grandezze costanti e grandezze variabili.
Infatti, mentre cambiano nomi ed attributi dei personaggi, le loro azioni rimangono costanti.
Grazie a questo, le favole esaminate sono estremamente varie, ma dotate di uniformità e ripetibilità.
Propp dà a queste azioni costanti dei diversi personaggi delle fiabe il nome di funzioni.
Egli intende, quindi, per funzione "l'operato d'un personaggio determinato dal punto di vista del suo significato per lo svolgimento della vicenda" (PROPP, tr.it.1966, 27).
Il numero di queste funzioni è limitato.
La loro successione è sempre identica, anche se qualche funzione può non comparire.
Le funzioni non si escludono tra loro e, quindi, la struttura delle fiabe di magie è monotipica.
Propp individua trentuno di queste funzioni.7
Il vero motore narrativo è la funzione del danneggiamento o della mancanza.
Il movimento narrativo centrale si ha dal danneggiamento o dalla mancanza alla loro rimozione attraverso la lotta vittoriosa dell'eroe contro l'antagonista, giungendo infine al riconoscimento e alla ricompensa per l'eroe.
Propp non si riduce ad analizzare le funzioni singolarmente ma le distribuisce secondo sette sfere d'azione dei personaggi.8
Non solo una sfera d'azione può corrispondere ad un personaggio, ma anche un solo personaggio può abbracciare più sfere d'azione o una sola sfera essere ripartita tra più personaggi.

2.3.2. Propp vs Lévi-Strauss

L'antropologo strutturalista Claude Lévi-Strauss rimprovera all'analisi proppiana di essere formalista.9
Secondo Lévi-Strauss, il formalismo separa in modo troppo netto il concreto dall'astratto, la forma dal contenuto.
Per il formalismo solo la forma è intellegibile, mentre il contenuto è residuo senza valore significante.
Per lo strutturalismo, invece, forma e contenuto sono di competenza della stessa analisi in quanto "il contenuto deriva la sua realtà dalla sua struttura e quello che si definisce forma è la messa in struttura delle strutture locali in cui consiste il contenuto" (LEVI-STRAUSS, tr.it.1966, 185).
Lévi-Strauss porta come esempio delle contraddizioni formaliste di Propp proprio l'analisi della funzione del danneggiamento, sostenendo che essa è troppo generica e suddivisa in modo tale che finisce per essere reintegrato il contenuto nella forma.
Senza questa reintegrazione del contenuto nella forma, quest'ultima rischia di rimanere tanto astratta da non significare più niente.
Secondo Lévi-Strauss, "il formalismo annienta il suo oggetto" (LEVI-STRAUSS, tr.it.1966, 186).
L'analisi di Propp ci permette sì di sapere cosa le fiabe di magia hanno in comune ma non ci permette di capire in cosa sono diverse.
L'analisi di Propp è passata dal concreto all'astratto ma non è più in grado di fare il cammino inverso, cioè di ritornare sui testi.
Secondo Lévi-Strauss, l'analisi strutturalista non deve fermarsi alle funzioni ma analizzare anche i personaggi.
Ogni personaggio non costituisce un'unità ma un "fascio di elementi differenziali" (LEVI-STRAUSS, tr.it.1966, 189).10
Non solo la forma di una fiaba è costante, ma anche il suo contenuto obbedisce a delle leggi.
Per esempio in ogni personaggio possono essere combinate coppie di opposizione come giorno-notte, cielo-terra, ecc.
I risultati di questi giochi di opposizioni sono chiamati mitemi.
Inoltre, le fiabe non vanno lette solo dal punto di vista cronologico e sintagmatico, ma è anche possibile stabilirne una struttura atemporale, logica e paradigmatica.
Sulla base di questa intuizione, Lévi-Strauss osserva che le funzioni di Propp possono essere raggruppate ed un gruppo di funzioni può essere considerato come la trasformazione di un'unica funzione, per esempio l'infrazione può essere considerata l'inverso del divieto, il ritorno della partenza, ecc.
Propp si difende dall'accusa di formalismo, sostenendo per prima cosa che il suo non è un metodo astratto e con pretese di generalità, ma nato dallo studio empirico e ritenuto inizialmente valido solo per le fiabe di magia.11
Inoltre, la sua Morfologia della fiaba non può essere considerata formalista solo perché studia la forma.
Non tutti gli studi della forma devono essere per forza formalisti.
Il suo metodo permette di studiare il genere della fiaba come un sistema, comparandone gli intrecci, invece di considerarli separatamente.
Gli intrecci delle fiabe sono variabili, la loro composizione è costante.
Lo schema compositivo delle fiabe non ha un'esistenza reale, ma si realizza nelle diverse narrazioni, è alla base degli intrecci.
Le funzioni possono essere considerate in coppie, ma non sono riducibili ad una sola in quanto sono azioni di diversi personaggi.
Approfondiremo in seguito come Greimas rielabora questi concetti evidenziando che la stessa storia può essere narrata dal punto di vista del programma d'azione di uno qualsiasi degli attanti, per esempio o del soggetto o dell'anti-soggetto (cfr.2.8.4.).
Propp intende fermarsi alla narrazione, non vuole compiere ulteriori astrazioni, come fa, invece, Lévi-Strauss.
Secondo Propp, la narrazione è come una ragnatela che si disfa al minimo tocco.
Essa si disfa se si tolgono le funzioni dalla loro successione temporale per porle in una serie atemporale.
Infine, per quanto riguarda l'inseparabilità tra forma e contenuto, Propp considera l'intreccio come contenuto e la composizione come forma.
In ogni forma, quindi, possono essere inseriti più contenuti.
È partendo dall'analisi empirica delle fiabe che Propp giunge alla conclusione che forma e contenuto, composizione ed intreccio sono inseparabili e chi analizza i primi analizza anche i secondi.
Secondo Propp è solo dopo un'analisi formale dei fondamenti compositivi che è possibile passare ad un'analisi storica e critico-letteraria.

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2.4. GLI ATTI LINGUISTICI

Abbiamo parlato in precedenza della distinzione operata da Ferdinand de Saussure tra langue e parole (cfr.2.1.).
Abbiamo detto che la parole è la concreta esecuzione linguistica, l'aspetto individuale e creativo del linguaggio, anche se sotto l'influenza prescrittiva della langue.
Mentre finora abbiamo considerato studi che si soffermano principalmente sulle regole invarianti della langue e dei testi, passiamo ora ad un ambito disciplinare che ha come oggetto di studio l'atto linguistico come unità di comunicazione prodotta con una precisa intenzione.
I più noti studiosi degli atti linguistici sono i filosofi analitici del linguaggio John L.Austin e John R.Searle.
Il concetto centrale della filosofia analitica del linguaggio è che "parlare è agire".
Il fenomeno linguistico viene considerato dal punto di vista pragmatico, cioè si considerano gli enunciati
"in quanto prodotti da proferimenti del parlante in situazioni determinate;proferimenti che equivalgono ad atti di dire qualcosa, ma anche, e in vari sensi, a delle azioni" (SBISÀ, 1978, 19).

2.4.1. La forza illocutoria

Austin intuì che l'atto linguistico può essere descritto in tre livelli a partire dalla sua formulazione sino ai suoi effetti nel contesto extralinguistico.
Austin distingue, quindi, nell'atto linguistico il livello locutorio, quello illocutorio e quello perlocutorio (vedi AUSTIN, tr.it.1978, 61 sgg.).
Austin intende per atto locutorio l'atto di dire qualcosa sia come attività fisica necessaria a produrre l'enunciato sia come conoscenza della grammatica della lingua usata, sia come conoscenza del senso e del riferimento dei vocaboli usati.
L'atto illocutorio è, invece, l'atto nel dire qualcosa.
È questo il livello che la filosofia analitica del linguaggio ha maggiormente approfondito e che è più interessante se si vuole affrontare un'analisi del discorso.
Centrale è il concetto di forza illocutoria.
Per esempio, una frase proferita da un parlante o scritta da un autore può avere la forza illocutoria di una promessa, di una minaccia o di una semplice affermazione.
Il destinatario riconosce la forza illocutoria di un atto linguistico per mezzo di indicatori contenuti nei discorsi orali o scritti (cfr.SBISÀ, 136 sgg.).
L'atto linguistico, infine, può essere considerato come perlocutorio in quanto produce sempre effetti e conseguenze.
Perché un atto linguistico sia appropriato, esso deve rispondere ad alcune condizioni.
Per prima cosa, devono essere soddisfatte "condizioni preparatorie" che riguardano le conoscenze, i desideri e le credenze del parlante e del destinatario.
Per esempio, una promessa ha come condizione che l'atto riguardi qualcosa di piacevole per il destinatario, un'asserzione che l'atto riguardi qualcosa che il destinatario non sa e si presume che voglia sapere, ecc.
Esistono poi le "condizioni di sincerità", necessarie in quanto l'atto linguistico è legato convenzionalmente al significato ed alle intenzioni del parlante.
Per esempio, una richiesta è sincera se il parlante vuole effettivamente che il destinatario faccia quanto richiesto.
Vi sono poi "condizioni essenziali" che caratterizzano ogni singolo atto linguistico in modo specifico.
Per esempio, una promessa ha come essenziale che il parlante si assuma un obbligo, un ordine presuppone come essenziale un voler far fare qualcosa a qualcuno, ecc.12
Vi sono, infine, "condizioni sociali" che riguardano la posizione sociale di chi compie l'atto e del destinatario.
Per esempio, è un giudice in un processo ad assolvere o a condannare, un superiore in un esercito a dare ordini, ecc.
Queste "condizioni di felicità" di un atto linguistico sono necessarie per un suo successo, il che avviene quando il destinatario riconosce esattamente il significato voluto dal parlante.
Sia nei discorsi orali che in quelli scritti possono essere riconosciuti indicatori di forza illocutoria che aiutano a disambiguare un atto linguistico.
Per esempio, in un discorso orale è importante l'intonazione della voce, in un discorso scritto sono importanti i segni di interpunzione e l'ordine delle parole ed in entrambi i casi sono importanti indicatori di forza illocutoria i modi dei verbi.
Tuttavia, non è possibile stabilire la forza illocutoria di un atto linguistico considerandone solo il contenuto semantico indipendentemente dal contesto in cui si trova.
Gli indicatori di forza puramente linguistici possono anche essere in contrasto con le circostanze di proferimento.
Possiamo, quindi, concludere che
"il valore illocutorio di un atto è indecidibile a prescindere dal particolare contesto in cui viene pronunciato, dalle relazioni intercorrenti fra i suoi partecipanti, dai rapporti gerarchici e di potere che li legano, dalle rispettive credenze, aspettative, desideri e volontà" (VIOLI e MANETTI, 1979, 106).

2.4.2. Classificazioni degli atti linguistici

Sono state tentate numerose classificazioni degli atti linguistici.
Noi prenderemo brevemente in considerazione quelle di Austin e Searle.
Austin distingue tra atti verdittivi, esercitivi, commissivi, espositivi e comportativi.
Gli atti verdittivi esprimono in base a prove o ragioni un giudizio di valore o di fatto.
Verbi di questa categoria sono, per esempio, valutare, giudicare,descrivere, analizzare, ecc.
Gli atti esercitivi esprimono una decisione pro o contro una linea d'azione e tendono a dirigere il comportamento del destinatario.
È il caso di verbi come ordinare, comandare, dare istruzioni, vietare, ecc.
Gli atti commissivi impegnano il parlante ad una certa linea d'azione.
È il caso di verbi come promettere, giurare, garantire, ecc.
Gli atti espositivi servono ad esprimere i propri punti di vista, le proprie argomentazioni e a chiarificare l'uso o il riferimento delle parole.
È il caso di verbi come affermare, negare, accettare, classificare, ecc.
Gli atti comportativi esprimono le reazioni del parlante a comportamenti od atteggiamenti appena passati o immediatamente futuri degli altri.
È il caso di verbi come chiedere scusa, ringraziare, maledire, ecc.
Searle critica questa tassonomia di Austin dicendo che essa non è costruita in base a principi chiari tanto che si fa confusione tra verbi illocutori e atti illocutori, che vi sono sovrapposizione tra le classi di verbi e troppa etereogeneità al loro interno (vedi SEARLE, tr.it.1978, 168 sgg.).
Searle pone come criterio centrale della sua classificazione il concetto di scopo illocutorio.13
Lo scopo illocutorio è parte integrante della forza illocutoria, ma ne è distinto.
Per esempio, richiesta e comando hanno lo stesso scopo illocutorio, cioè il far fare qualcosa al destinatario ma la loro forza è diversa.
Anche Searle propone cinque categorie di atti illocutori:
rappresentativi, direttivi, commissivi, espressivi e dichiarativi.

Inoltre, Searle introduce il concetto di atto linguistico indiretto.
Gli atti rappresentativi hanno come scopo quello di impegnare chi enuncia alla verità della proposizione espressa.
Verbi che denotano atti di questa classe sono, per esempio, suggerire, ipotizzare, asserire, ecc.
Gli atti direttivi hanno come scopo illocutorio quello di costituire dei tentativi di indurre il destinatario a fare qualcosa.
Verbi che denotano questa classe sono, per esempio, ordinare, comandare, invitare, sfidare, provocare, ecc.
Gli atti commissivi hanno come scopo quello di impegnare chi enuncia ad assumere una condotta futura.
Un verbo che denota un atto di questa classe è, per esempio, promettere.
Gli atti espressivi hanno come scopo quello di esprimere lo stato psicologico a proposito di una proposizione la cui verità è data per scontata.
Verbi che denotano qesta classe sono, per esempio, chiedere scusa, congratularsi, ecc.
Gli atti dichiarativi, se eseguiti felicemente, fanno corrispondere contenuto proposizionale e realtà.
Essi provocano dei cambiamenti di status nelle persone o negli oggetti a cui si riferiscono, grazie agli indicatori di forza illocutoria in essi contenuti.
Verbi che denotano questa classe sono, per esempio, scomunicare, battezzare, ecc.
Gli atti linguistici indiretti sono, invece, quegli atti che, pur appartenendo ad una data classe, hanno lo scopo illocutorio tipico di un'altra.
Per esempio, se un parlante dice "sono stanco di sentire menzogne", non sta facendo solo un'affermazione, ma sta anche invitando o ammonendo il destinatario a cambiare comportamento, cioè sta proferendo un atto direttivo indiretto.
Nei casi come questo il parlante comunica più del contenuto semantico della proposizione, facendo appello ad un bagaglio di conoscenze condivise con il destinatario ed alla sua capacità di trarre delle inferenze.
Sinora abbiamo considerato gli atti linguistici presi singolarmente come unità.
Nei discorsi, però, gli atti linguistici sono organizzati in sequenze e per essere compresi devono essere intepretati come un solo atto linguistico.
Possiamo definire questo atto composto da una sequenza di atti linguistici come "atto linguistico globale o macro-atto linguistico" (VAN DIJK, tr.it.1980, 349).
L'ascoltatore o il lettore, per comprendere ed interpretare questo atto, riduce, integra e riorganizza l'informazione ricevuta attraverso operazioni non solo semantiche ma anche pragmatiche (cfr.2.9.).
L'individuazione dell'atto linguistico globale contribuisce a comprendere la coerenza del discorso.
Infatti, nei discorsi non ci sono solo connessioni semantiche o proposizionali, ma anche tra gli atti linguistici.
Possiamo affermare che come semanticamente ogni discorso ha un suo argomento o tema, così pragmaticamente è individuabile uno scopo del macro-atto linguistico.
Considerando il discorso nella sua globalità
"è possibile anche interrogarsi sul sistema di valori e sul modello intepretativo che l'autore usa e che, per questa via, fa implicitamente accettare anche a chi legge" (VIOLI e MANETTI, 1979, 116).
Attraverso lo studio degli atti linguistici possiamo capire come un discorso funziona, con quali strategie è organizzato, qual'è il rapporto instaurato tra l'enunciatore ed il destinatario.
Per esempio, un discorso costruito su atti verdittivi costruisce un autore modello dotato di una certa competenza e autorità per esprimere giudizi di valore (cfr.2.8 e 2.10).
Se un discorso, invece, è basato su atti esercitivi all'enunciatore è attribuita una competenza modale di potere e al destinatario quella di dovere.
Se un discorso è, invece, caratterizzato da atti comportativi che esprimono lo stato d'animo dell'enunciatore, questo discorso è fortemente emotivo e tende a suscitare l'adesione e la partecipazione dei destinatari ai sentimenti dell'enunciatore stesso.

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2.5. EMILE BENVENISTE: L'UOMO NELLA LINGUA.

2.5.1. L'enunciazione

Come abbiamo detto in precedenza, Ferdinand de Saussure ha introdotto nella linguistica la dicotomia tra langue e parole e posto come oggetto della linguistica la lingua come forma e non come sostanza (cfr.2.1.).
Con Emile Benveniste la linguistica strutturalista recupera gli atti di parole unici nella loro produzione ma essenziali all'attualizzazione della langue, grazie ad un locutore.
È con il concetto di enunciazione che Benveniste recupera alla linguistica il livello pragmatico del linguaggio.
Secondo Benveniste "prima dell'enunciazione, la lingua non è che possibilità di lingua" (BENVENISTE, tr.it.1985, 99).
Con l'enunciazione la lingua è resa effettiva in un'istanza di discorso emessa da un locutore.
Essendo una realizzazione individuale, l'enunciazione è, in rapporto alla lingua, un processo di appropriazione.
Il soggetto enunciatore si appropria dell'apparato formale della lingua ed esprime la sua posizione attraverso indicatori e procedimenti specifici.
Con l'enunciazione il soggetto enunciatore piazza "l'altro di fronte a sé, quale che sia il grado di presenza che attribuisce a questo altro" (BENVENISTE, tr.it.1985, 99).
Ogni enunciazione postula un destinatario.
Inoltre, nell'atto individuale di appropriazione della lingua, il locutore si introduce nella propria parole.
Il principale indicatore di presenza dell'enunciatore è il pronome "io".
Questo pronome denota l'individuo che proferisce l'enunciazione.
L'indicatore di persona "tu" denota, invece, l'individuo che è presente e destinatario dell'enunciazione.
Altri indicatori, come il pronome dimostrativo "questo" e l'avverbio "qui", si riferiscono a oggetti e luoghi coestensivi dell'enunciazione.
Sempre in rapporto all'"io" come centro dell'enunciazione, Benveniste considera importante il ruolo del tempo presente.
Egli giunge così ad affermare che la temporalità non è una dimensione innata del pensiero ma prodotta all'interno e per mezzo dell'enunciazione.
Il presente formale non fa che esplicitare il presente inerente all'enunciazione che si rinnova ad ogni produzione di discorso.
A partire da questo presente continuo che è coestensivo della presenza della persona, l'uomo prende coscienza della categoria chiamata "tempo".
Possiamo, quindi, affermare che
"l'enunciazione è direttamente responsabile di alcune classi di segni di cui essa promuove letteralmente l'esistenza, perché non potrebbero nascere né trovare impiego nell'uso cognitivo della lingua" (BENVENISTE, tr.it.1985, 101).
Come detto prima, l'"io" designa colui che proferisce l'enunciazione.
Il "tu" è necessariamente designato dall'"io", non è possibile pensare a un "tu" che non è posto da un "io".
Questa opposizione tra "io" e "tu" è stata chiamata da Benveniste correlazione di soggettività.
Per quanto riguarda il pronome di terza persona, esso ha la funzione di esprimere l'assente rispetto alla situazione di enunciazione, di esprimere la non-persona.
Nella situazione di enunciazione "io" e "tu" sono unici e specifici.
La terza persona può, invece, riferirsi ad un'infinità di persone o a nessuno.
L'opposizione tra l'"io" ed il "tu" rispetto alla terza persona è stata chiamata da Benveniste correlazione di personalità (cfr.BENVENISTE, 1966, 230 sgg.).
Un'importante intuizione di Benveniste che ci sarà molto utile nell'analisi della rappresentazione giornalistica di un evento è che il passaggio dal singolare al plurale dei pronomi personali non è una semplice pluralizzazione.
Possiamo distinguere, infatti, tra un "noi" esclusivo ed un "noi" inclusivo.
Il "noi" inclusivo è l'unione dei pronomi personali tra cui esiste la correlazione di soggettività, cioè tra l'"io" ed il "voi".
Il "noi" esclusivo, invece, designa l'unione dei pronomi personali tra cui esiste una correlazione di personalità, cioè tra un "io" ed un "loro". Allo stesso modo possiamo distinguere tra "voi" inclusivo e "voi" esclusivo.

2.5.2. Deissi ed anafora

Un'altra importante opposizione individuata da Benveniste è quella tra i tempi verbali della storia e del discorso.
Abbiamo già parlato della centralità del tempo presente costruito dall'enunciazione.
Secondo Benveniste nella narrazione storica non troviamo mai i tempi presente, futuro o passato prossimo né altre marche tipiche del discorso come i pronomi di prima o seconda persona o gli indicatori deittici "qui", "ora" e "questo".
Il discorso è, invece, caratterizzato proprio dal tempo presente, dal futuro, dal passato prossimo, dai pronomi di prima e seconda persona e dagli indicatori deittici che rimandano ad una situazione enunciativa esterna al testo.
Intendiamo, quindi, per deissi
"l'individuazione di tempi, luoghi, persone che fanno parte della realtà extralinguistica e che vengono identificati soltanto facendo ricorso alla situazione di enunciazione"" (VIOLI e MANETTI, 1979, 93).
Intendiamo, invece, per anafora
"il rimando ad elementi del testo precedenti rispetto all'enunciato considerato, ma che risultano identificabili in riferimento alla sola situazione descritta nell'enunciato stesso" (VIOLI e MANETTI, 1979, 93).


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2.6. ROMAN IAKOBSON: LE FUNZIONI DEL LINGUAGGIO

I principali contributi di Roman Jakobson alla linguistica sono:
  1. l'intuizione dei fonemi come fascio di tratti distintivi (cfr.2.3.2.);
  2. una classificazione delle funzioni del linguaggio.
Non ci soffermiamo sul concetto di fonema.
Basta qui ricordare che questo concetto comporta un superamento dell'idea saussuriana di linearità del significante, in quanto i fonemi sono considerati come fascio di elementi differenziali all'interno di un asse di simultaneità, o, meglio, usando la terminologia hjelmsleviana, di un sistema (cfr. 2.1. e 2.2.). Analizziamo, invece, le funzioni del linguaggio ed il modello comunicativo che ne è alla base.
Secondo Jakobson, in ogni soggetto ed in ogni comunità di parlanti esiste
"un'unità di lingua, ma questo codice globale riflette un sistema di sotto-codici interrelati; ogni lingua involge più sistemi simultanei ciascuno dei quali è caratterizzato da una funzione differente" (JAKOBSON, tr.it.1966, 184).
Alla base del pensiero di Jakobson vi è un modello comunicativo definito modello matematico dell'informazione (cfr.2.11.1.).
Secondo questo modello comunicativo, un mittente invia un messaggio ad un destinatario.
Per essere operante il messaggio deve riferirsi ad un contesto e possedere un codice almeno parzialmente comune tra mittente e destinatario.
Inoltre, per essere stabilita e mantenuta la comunicazione deve esistere un canale, un contatto fisico e psicologico tra mittente e destinatario (cfr.fig.4.) Abbiamo così sei fattori costitutivi di ogni atto di comunicazione ciascuno di quali dà origine a sei funzioni diverse:
  1. la funzione orientata verso il mittente è detta espressiva od emotiva;
  2. quella orientata verso il destinatario è detta conativa;
  3. quella orientata verso il contesto è detta referenziale;
  4. quella orientata verso il canale è detta fàtica;
  5. quella incentrata sul codice è chiamata metalinguistica;
  6. quella orientata verso il messaggio è detta poetica.
All'interno di ogni messaggio sono presenti in maniera più o meno rilevante tutte e sei queste funzioni.
In genere, la funzione più rilevante è quella referenziale o denotativa, orientata al contesto, al referente del messaggio.
La funzione espressiva od emotiva mira ad esprimere le emozioni, gli atteggiamenti del mittente rispetto all'argomento di cui parla.
A segnalare questa funzione sono, per esempio, le interiezioni.
Secondo Jakobson, se si vuole analizzare il linguaggio dal punto di vista dell'informazione che esso trasmette, non ci si può fermare all'aspetto cognitivo o referenziale, in quanto, anche grazie alla funzione emotiva, un mittente trasmette dell'informazione.
La funzione conativa è orientata verso il destinatario ed è espressa principalmente nei modi imperativi e vocativi dei verbi.
Jakobson distingue nettamente le frasi imperative da quelle dichiarative perché delle prime non può essere messo in discussione il valore di "verità".
La funzione detta fàtica è propria di quei messaggi che servono a controllare il canale della comunicazione od il contatto e ad attirare o ad assicurarsi l'attenzione del destinatario.
Esempi di messaggi con questa funzione sono "mi sentite?", "non è vero?", ecc.
La funzione detta metalinguistica è incentrata sul codice.
Il mittente e/o il destinatario usano questa funzione tutte le volte che vogliono controllare se stanno usando lo stesso codice.
È il caso di enunciati come "mi hai capito?", "cosa vuoi dire?", ecc.
La funzione detta poetica è incentrata sul messaggio per se stesso.
Secondo Jakobson, è una funzione che non appartiene solo alla poesia, come del resto non si può ridurre la poesia alla funzione poetica.
Questa funzione serve a rafforzare l'espressività e l'efficacia di un messaggio.
Jakobson osserva che "la funzione poetica proietta il principio di equivalenza dall'asse della selezione all'asse della combinazione" (JAKOBSON, tr.it.1966, 192).14
Usando la terminologia hjelmsleviana, possiamo dire che il discorso poetico corrisponde alla proiezione dell'asse paradigmatico sull'asse sintagmatico.
Se consideriamo il linguaggio nella sua funzione referenziale, rileviamo che l'equivalenza regola la selezione delle unità sull'asse paradigmatico e la combinazione sintagmatica è regolata da un principio di contiguità.
Se, invece, consideriamo il linguaggio nella sua funzione poetica possiamo stabilire regole di similarità anche nelle combinazioni sintagmatiche.
Possiamo trovare, infatti, regole di similarità sull'asse del processo sia a livello dell'espressione che del contenuto.

2.1. FERDINAND DE SAUSSURE:
       IL SEGNO

2.2. LOUIS HIELMSLEV:
       LA FUNZIONE SEGNICA

2.3. VLADIMIR PROPP:
       LE FUNZIONI NARRATIVE

2.4. GLI ATTI LINGUISTICI

2.5. EMILE BENVENISTE:
       L'UOMO NELLA LINGUA

2.6. ROMAN JAKOBSON:
       LE FUNZIONI DEL LINGUAGGIO
Torna su 2.7. LE FIGURE RETORICHE

2.8. ALGIRDAS JULIEN GREIMAS:
       LA SEMIOTICA NARRATIVA E
       DISCORSIVA

2.9. TEUN VAN DIJK:
       IL TOPIC O ARGOMENTO DI DISCORSO

2.10. UMBERTO ECO:
        IL LETTORE MODELLO

2.11. I MODELLI COMUNICATIVI
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