2.3.1. Funzioni narrative e sfere d'azione2.4. GLI ATTI LINGUISTICI
2.3.2. Propp vs Lévi-Strauss
2.4.1. La forza illocutoria2.5. EMILE BENVENISTE: L'UOMO NELLA LINGUA
2.4.2. Classificazioni degli atti linguistici
2.5.1. L'enunciazione2.6. ROMAN JAKOBSON: LE FUNZIONI DEL LINGUAGGIO
2.5.2. Deissi ed anafora
"in una scienza che evita postulati non necessari non c'è posto per l'assunto che la sostanza del contenuto (il pensiero) o la sostanza dell'espressione (la catena sonora) precedono la lingua, nel tempo o in un ordinamento gerarchico, o viceversa" (HJELMSLEV, tr.it.1968, 54).Hjelmslev introduce, inoltre, i concetti di espressione e contenuto al posto di quelli di significante e significato.
"in quanto prodotti da proferimenti del parlante in situazioni determinate;proferimenti che equivalgono ad atti di dire qualcosa, ma anche, e in vari sensi, a delle azioni" (SBISÀ, 1978, 19).
"il valore illocutorio di un atto è indecidibile a prescindere dal particolare contesto in cui viene pronunciato, dalle relazioni intercorrenti fra i suoi partecipanti, dai rapporti gerarchici e di potere che li legano, dalle rispettive credenze, aspettative, desideri e volontà" (VIOLI e MANETTI, 1979, 106).
"è possibile anche interrogarsi sul sistema di valori e sul modello intepretativo che l'autore usa e che, per questa via, fa implicitamente accettare anche a chi legge" (VIOLI e MANETTI, 1979, 116).Attraverso lo studio degli atti linguistici possiamo capire come un discorso funziona, con quali strategie è organizzato, qual'è il rapporto instaurato tra l'enunciatore ed il destinatario.
"l'enunciazione è direttamente responsabile di alcune classi di segni di cui essa promuove letteralmente l'esistenza, perché non potrebbero nascere né trovare impiego nell'uso cognitivo della lingua" (BENVENISTE, tr.it.1985, 101).Come detto prima, l'"io" designa colui che proferisce l'enunciazione.
"l'individuazione di tempi, luoghi, persone che fanno parte della realtà extralinguistica e che vengono identificati soltanto facendo ricorso alla situazione di enunciazione"" (VIOLI e MANETTI, 1979, 93).Intendiamo, invece, per anafora
"il rimando ad elementi del testo precedenti rispetto all'enunciato considerato, ma che risultano identificabili in riferimento alla sola situazione descritta nell'enunciato stesso" (VIOLI e MANETTI, 1979, 93).
"un'unità di lingua, ma questo codice globale riflette un sistema di sotto-codici interrelati; ogni lingua involge più sistemi simultanei ciascuno dei quali è caratterizzato da una funzione differente" (JAKOBSON, tr.it.1966, 184).Alla base del pensiero di Jakobson vi è un modello comunicativo definito modello matematico dell'informazione (cfr.2.11.1.).
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2.1. FERDINAND DE SAUSSURE: IL SEGNO 2.2. LOUIS HIELMSLEV: LA FUNZIONE SEGNICA 2.3. VLADIMIR PROPP: LE FUNZIONI NARRATIVE 2.4. GLI ATTI LINGUISTICI 2.5. EMILE BENVENISTE: L'UOMO NELLA LINGUA 2.6. ROMAN JAKOBSON: LE FUNZIONI DEL LINGUAGGIO |
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2.7. LE FIGURE RETORICHE
2.8. ALGIRDAS JULIEN GREIMAS: LA SEMIOTICA NARRATIVA E DISCORSIVA 2.9. TEUN VAN DIJK: IL TOPIC O ARGOMENTO DI DISCORSO 2.10. UMBERTO ECO: IL LETTORE MODELLO 2.11. I MODELLI COMUNICATIVI |
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