1. IL GIORNALISTA TRA REALTÀ E NOTIZIA


1.4. LA COSTRUZIONE SOCIALE DELLA REALTÀ

1.4.1. La creazione della realtà è finalizzata
1.4.2. L'eccedenza culturale
1.4.3. La professionalità giornalistica e la costruzione sociale della realtà
Ora lasciamo da parte i fattori che comportano una distorsione involontaria della realtà nel trattamento delle notizie e passiamo a considerare come la professionalità giornalistica, attraverso le sue pratiche, operi una ricostruzione della realtà sociale.

1.4.1. La creazione della realtà è finalizzata

Secondo Harvey Molotch e Marylin Lester, bisogna superare il concetto di percezione selettiva.
Non bisogna più partire dall'idea che
"vi sia un insieme di cose che sono realmente accadute e che questo insieme costituisca la base su cui operare una selezione" (MOLOTCH e LESTER, tr.it.1980, 207).
La loro idea è che "ciò che sta realmente accadendo coincida con ciò di cui la gente si occupa" (MOLOTCH e LESTER, tr.it.1980, 207).
Gli eventi non sono fissati una volta per tutte, ma possono essere risuddivisi, rielaborati e riutilizzati per altri scopi.
Gli eventi diventano "avvenimenti" secondo la loro utilità per un individuo o per una collettività.
La creazione di un "avvenimento" è guidata da scopi prefissati.
Un evento, nel diventare "avvenimento" pubblico, passa attraverso individui e gruppi sociali che contribuiscono a determinare, attraverso routines organizzative, un risultato, inserito nell'opera di chi l'ha elaborato in precedenza ed in vista di elaborazioni future.
Per esempio, un comportamento delinquenziale non è tale in sè e non è nemmeno solo il frutto di una selezione operata dai giornalisti, ma il frutto di come questo comportamento viene affrontato e valutato da una serie di agenti sociali, che hanno come scopo quello di apparire rispettosi delle leggi e razionali.
Per gli stessi motivi, bisogna studiare i media considerando gli scopi che stanno alla base di una creazione di realtà invece che di un'altra.
Da questo punto di vista ciò che viene prodotto dai media non è specchio della realtà, ma risultato di un lavoro politico di chi detiene il potere di accedere ai media e di produrre così "avvenimenti" che diventano la realtà che determina l'esperienza del pubblico.

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1.4.2. L'eccedenza culturale

Meno drastica della teoria precedente è quella di Marino Livolsi, secondo cui l'"immagine" della realtà sociale prodotta dai media "tende ad allontanarsi progressivamente dalla realtà, fino a suggerire una quasi-realtà che ha forti connotazioni nell'ambito dell'immaginario e del simbolico" (LIVOLSI, 1984, 233). I giornalisti operano un processo di trasformazione qualitativa su un materiale informativo già ridotto e selezionato in precedenza da fonti ed agenzie.
Impaginazione, collocazione, titolazione ed uso di stereotipi comportano una ricostruzione della realtà che si allontana sempre più dall'iniziale esperienza sociale.
Questa ricostruzione della realtà non solo tende a sovrapporsi a quella dell'esperienza sociale, ma anche contribuisce a modificare quest'ultima, a sostituirsi ad essa come più "credibile".
La realtà sociale ricostruita dai media viene legittimata, istituzionalizzata e presentata come un sistema unitario nell'ambito di un comune universo simbolico e valoriale.
La realtà presentata dai media riesce a dare un ordine e un significato all'esperienza individuale e collettiva, ordine che l'esperienza personale non riesce a cogliere.
La frammentazione del sociale viene così ricomposta in una rappresentazione unitaria e ciò che rimane fuori da quest'ultima perde rilevanza.
Quali sono le conseguenze di questa separazione tra la rappresentazione dei media e l'esperienza del reale?
Si assiste alla crescita della distanza tra la rappresentazione del possibile e la disponibilità pratica del possibile.
Si realizza un'eccedenza culturale, cioè una situazione in cui
"l'agire individuale o,ancor prima,il progetto esistenziale sembrano presupporre maggiori possibilità di realizzazione di quanto siano possibili nella realtà" (LIVOLSI,1984,251).

Si finisce col non cercare un reale cambiamento, ma ci si illude che vi siano soluzioni sempre migliori e sempre più attraenti.
Ci si illude di poter partecipare alla soluzioni di grandi problemi,che, invece, non si riesce a cogliere nella loro interezza.
Si sogna non solo di avere, ma anche di essere secondo i modelli di comportamento fantastici contenuti nel mondo immaginario dei media.
I media, invece di presentare la realtà sociale, presentano una serie di racconti fantastici, quasi sempre a lieto fine.
Questi racconti, anche se non sono a lieto fine o rassicuranti, vengono presto sepolti nel contesto di altri che permettono più facilmente l'evasione in un mondo immaginario "quasi-reale".
Questi racconti continuano per giorni, a volte per mesi, fino a che si esauriscono a lasciano il posto ad altri.
Gli spettatori ed i lettori vengono affascinati da questi racconti che non richiedono un diretto intervento, ma solo di assistere come di fronte ad uno spettacolo.
Ogni giorno i mass media narrano questi racconti di un mondo pieno di contraddizioni e problemi che sembra sempre sul punto di crollare sotto il peso di qualche crisi, ma che alla fine si ricompone meglio di prima, secondo una logica sconosciuta, capace però di riordinare l'esperienza individuale e collettiva.

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1.4.3. La professionalità giornalistica e la costruzione sociale della realtà

Nella nostra società compete al giornalista il ruolo di produttore di "immagini" della realtà collettiva.
Dobbiamo però partire dall'idea che la realtà sociale è un prodotto intersoggettivo e non può essere separata dagli attori che la realizzano e la interpretano.
Giorgio Grossi individua due modelli idealtipici che non tengono conto dell'interazione tra media ed altri agenti sociali nella costruzione sociale della realtà:
  1. il primo è quello della "de-realizzazione della realtà informativa";
  2. il secondo è quello della "iper-realizzazione della realtà informativa" (vedi GROSSI, 1985, 379 sgg.).
Secondo il primo modello, i media tendono a costruire una quasi-realtà (come sostiene, per esempio, Marino Livolsi), che non è solo una distorsione o una manipolazione della realtà oggettiva, ma che di quest'ultima tende a costruire un simulacro in cui evadere.
Il rischio di questo modello è di
"reintrodurre, più o meno implicitamente, una concezione della realtà sociale come qualcosa di esterno o di autonomo rispetto alle pratiche giornalistiche, di cui queste ultime fornirebbero-almeno in alcuni casi-una versione surrogatoria o approssimativa od evasiva" (GROSSI, 1985, 379).
Il secondo modello, invece, prevede che siano i media a creare la realtà sociale, in quanto quest'ultima diventa visibile ed interpretabile solo se mediata e costruita all'interno delle pratiche giornalistiche.
Per esempio, nella teoria di Harvey Molotch e Marylin Lester, la realtà viene fatta coincidere con ciò di cui il lettore od il pubblico si occupano.
Il processo di costruzione della realtà avviene, quindi, all'interno delle pratiche produttive del giornalismo e della loro riuscita comunicativa.
Il primo modello non tiene conto del fatto che non è solo la realtà costruita dalla professione giornalistica a subire riduzioni, selezioni e ricontestualizzazioni, ma che ogni realtà, costruita individualmente o collettivamente, subisce questi procedimenti, che sono sì vincoli, ma anche risorse che aiutano a comprendere la realtà stessa.
Il confronto, quindi, non andrebbe fatto tra la realtà dell'esperienza individuale e collettiva ed il simulacro di essa, costruito dai media, ma tra diverse costruzioni e rappresentazioni di realtà, ugualmente legittime nell'ambito del sociale.
Il secondo modello, invece, non tiene conto dell'interazione dei media con il pubblico e con i lettori, che, a loro volta, operano delle costruzioni di realtà e non tiene conto dei rapporti che le organizzazioni giornalistiche hanno con le altre istituzioni e con le altre pratiche regolamentate e condivise socialmente.
Superando i limiti di questi due modelli idealtipici, possiamo definire la professionalità giornalistica come
"il ruolo socialmente legittimato ed istituzionalizzato-per competenze riconosciute e riconoscibili all'interno di apparati produttivi specializzati-a costruire la realtà sociale in quanto realtà pubblicamente e collettivamente rilevante" (GROSSI, 1985, 383).
L'orizzonte dell'attività giornalistica deve cioè essere essenzialmente pubblico.
Tra i media e i loro destinatari si sono instaurati nel tempo forti vincoli cognitivi e patti fiduciari su ciò che è pubblico e rilevante.25
Per non entrare in contrasto con questi vincoli, rischiando così di perdere il contatto con i destinatari, sono gli stessi media ad attivare pratiche e strategie testuali che consentano loro di affermare che la propria costruzione sociale della realtà è "reale" perché pubblica e collettiva.
La realtà informativa costruita dai media va oltre le altre costruzioni di realtà non con intenti di surrogazione o di evasione, ma proprio perché il suo ambito è pubblico e collettivo.
Possiamo così definire più precisamente la professionalità giornalistica come
"quell'attività specialistica di costruzione della realtà sociale che si presenta come un'oggettivazione di secondo grado (delle routines cognitive, degli schemi interpretativi e dei significati), cioè come una ulteriore costruzione di realtà che si aggiunge ad altre costruzioni di realtà, integrandole e generalizzandole in una referenzialità pubblica e collettiva" (GROSSI, 1985, 384).
Gli eventi vengono sì decontestualizzati e poi ricontestualizzati nei formati dei media, ma, prima di tutto questo, gli eventi sono costruiti nelle pratiche sociali ed individuali.
Ciò che è cambiato nell'evento ad opera della ricostruzione fatta dai media, è la sua destinazione a diventare di dominio pubblico.
Nel rioggettivare e nel ricostruire in funzione di una dimensione pubblica una realtà già costruita precedentemente nel sociale, le organizzazioni giornalistiche hanno sì margini di autonomia, ma devono tenere anche conto delle competenze dei destinatari.
Dato che il giornalismo è, comunque, un lavoro specialistico che lavora su eventi e processi che l'esperienza individuale dei destinatari non puo cogliere nella loro interezza, è inevitabile che vi sia uno scambio informativo diseguale.
Il lavoro specialistico del giornalista, legittimato pubblicamente, interviene proprio sugli eventi sociali più problematici ed ambigui.26
È a questi livelli di mediazione referenziale e simbolica che si può manifestare una funzione di "riorientamento" della costruzione della realtà informativa rispetto alle altre costruzioni sociali.
A questi livelli certamente si possono produrre alterazioni nella "immagine" di realtà colta dai destinatari, ma, prima di tutto, dobbiamo tener presente che la costruzione della realtà sociale è un processo articolato in diversi livelli.
A certi livelli la costruzione sociale operata dai giornalisti nel rispetto del loro ruolo socialmente legittimato è certamente predominante, ad altri livelli le diverse costruzioni sociali di realtà interagiscono maggiormente tra loro e maggiore è la possibilità di mediazioni e negoziazioni simboliche che i singoli individui ed i gruppi sociali possono mettere in atto.

Cap.1.1
IL giornale e il suo linguaggio
Cap.1.2
Giornalismo e obiettività
Torna su Cap.1.3
Notizia e routines produttive
Cap.1.4
Costruzione sociale della
realtà
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