1. IL GIORNALISTA TRA REALTÀ E NOTIZIA



1.2. LA PROFESSIONALITÀ GIORNALISTICA E L'IDEALE DELL'OBIETTIVITÀ

1.2.1. I vincoli redazionali
1.2.2. Due modelli di giornalismo negli Stati Uniti: il gatekeeper ed il difensore
1.2.3. Giornalismo anglosassone ed italiano a confronto
1.2.4. L'obiettività è solo un rituale
1.2.5. L'ideale dell'obiettività in Italia: limiti e proposte
1.2.6. L'obiettivismo spettacolare
1.2.7. Crisi della professione giornalistica


Ora cominciamo a concentrare la nostra attenzione su chi lavora nella struttura redazionale, sui giornalisti.
Secondo Paolo Baldi, il giornalista svolge un importante funzione sociale, ma non è assimilabile, per esempio, al medico o all'avvocato, in quanto alla base della sua professione sta
"una concezione della professionalità basata sull'esaltazione dell'esperienza e dell'abilità individuale e non si ritrovano che limitatamente quelle caratteristiche comunemente accettate come attributi professionali: un corpus di conoscenze teoriche, un lungo periodo di formazione e apprendimento, un codice etico unito a delle procedure disciplinari" (BALDI,1980, 2).
La figura del giornalista testimone fedele e imparziale della realtà appartiene, comunque, a un passato lontano ed eroico della professione.
Confronteremo ora vari modelli di professionalità giornalistica.
Approfondiremo vincoli e ideali del giornalismo (in particolare, quello dell'obiettività), aspetti e cause della sua crisi odierna.

1.2.1. I vincoli redazionali

Abbiamo prima parlato del giornale come doppia struttura produttiva, editoriale e redazionale.
Il giornalista fa parte della struttura redazionale ed è all'interno di un campo di forze in equilibrio mutevole. Quanto è veramente autonomo il giornalista all'interno della struttura gerarchica di un giornale?
Come l'organizzazione controlla i singoli giornalisti?
Come vengono risolti eventuali conflitti? Lee Sigelman sostiene che ci sono due miti della professionalità giornalistica:
"quello primario della funzione pubblica del giornalista e il suo corollario dell'obiettività disinteressata" (SIGELMAN,tr.it.1985, 166).
In realtà, la pratica di tutti i giorni sconfessa ampiamente la mitologia professionale.
L'organizzazione gerarchica della doppia struttura produttiva cerca di uniformare i singoli giornalisti attraverso la promozione attitudinale ed il controllo organizzativo.
Due sono i principali meccanismi di controllo:
"il reclutamento selettivo e la socializzazione" (SIGELMAN, tr.it.1985, 167).
Tra questi due meccanismi, quello più pervasivo è la socializzazione.
I giornalisti reclutati apprendono la linea politica del giornale col passare del tempo.
Essi cercano di adeguarsi ai modelli professionali dei giornalisti più anziani.
Dato che i giornalisti più anziani sono quelli che meglio incarnano la linea editoriale del giornale, i giornalisti più giovani finiscono così con l'adeguarsi ad essa.
Un altro aspetto da considerare è che vi è una forte autoselezione.
Gli aspiranti giornalisti progressisti tendono a indirizzarsi ai giornali progressisti, gli aspiranti giornalisti conservatori ai giornali conservatori.
Dato che vi è questa autoselezione ideologica, l'organizzazione redazionale può applicare nei confronti del giovane giornalista criteri esclusivamente professionali, rafforzando così i miti dell'efficienza professionale e del giornalismo libero da condizionamenti.
Certamente, l'editorialista famoso gode di ampia autonomia, funge da modello per i giovani giornalisti e può condizionare la linea politica del giornale, ma lo stesso non si può dire dei giornalisti meno famosi.
Vi sono poi meccanismi di controllo legati alla retribuzione e all'avanzamento nella carriera.
Tuttavia, i meccanismi di controllo più rilevanti si trovano nella sfera tecnica del lavoro giornalistico.
Infatti, sono i vertici della redazione a decidere quali sono le notizie da trattare e le ipotesi da verificare.
Inoltre, sono i vertici della redazione a decidere l'approccio alla notizia, la sua titolazione e la sua collocazione in un contesto in base alle funzioni (cfr.1.1.2.).
Nonostante questi vincoli e controlli organizzativi, grazie alla pervasività dei meccanismi di socializzazione, la relazione tra i redattori e la direzione è raramente conflittuale.
Vi può essere conflitto se il giornalista ritiene di non essere stato trattato da professionista o se le sue prestazioni sono ritenute deludenti dai vertici redazionali.
Quando non si è in presenza di una di queste situazioni critiche, vi è
"un processo di elusione delle tensioni: un processo che garantisce prestazioni favorevoli senza violare la mitologia istituzionale" (SIGELMAN, tr.it.1985, 174).
Il redattore può muoversi solo in un ambito ristretto, vincolato al suo incarico, in quanto, come visto prima, le decisioni importanti sono prese dai vertici redazionali.
Il redattore impara a concepire il suo ruolo in modo ristretto e tecnico sino a non avvertire che la sua autonomia è limitata, anzi egli cerca di aderire nel miglior modo possibile agli schemi prefissati.
Il redattore, quindi, non cerca di innescare conflitti o di non rispettare le direttive, anzi tende ad andarle a cercare.
Possiamo, quindi, concludere che
"il giornalista opera nell'ambito dei vincoli costituiti da un insieme organico e articolato di strutture e processi di controllo organizzativo" (SIGELMAN, tr.it.1985, 173).

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1.2.2 Due modelli di giornalismo negli Stati Uniti: il gatekeeper ed il difensore

Abbiamo detto in precedenza che i giornalisti più giovani si adeguano ai modelli professionali dei giornalisti più anziani.
È possibile distinguere e definire questi modelli?
Morris Janowitz individua due modelli professionali alternativi presenti nel giornalismo statunitense:
"il gatekeeper e il difensore" (JANOWITZ, tr.it.1985, 124).
Il giornalista inquadrabile nel modello professionale del gatekeeper cerca di applicare il metodo scientifico per raggiungere l'obiettività e migliorare le proprie prestazioni.6
Per raggiugere l'obiettività, è basilare separare le opinioni dai fatti.
Secondo il modello professionale del gatekeeper, il giornalista deve essere capace di individuare, enfatizzare e diffondere quello che è importante.
Le sue capacità professionali gli permettono di contrastare e superare le pressioni istituzionali e i limiti personali.
Negli anni sessanta, a questo modello professionale venne contrapposto un modello di giornalista interprete e critico.
Si cominciò ad affermare l'impossibilità dell'obiettività e che il giornalista doveva rappresentare tutti i punti di vista dei gruppi sociali in competizione, in particolare quelli dei gruppi sociali più deboli.
Secondo questo modello professionale, il giornalista deve garantire che tutti i punti di vista su un argomento abbiano un adeguato spazio nei mass media.
Il giornalista deve essere difensore di chi non ha portavoci potenti e deve mettere in luce gli squilibri di potere.
Egli non deve, quindi, cercare di riflettere una realtà oggettiva, ma deve partecipare al dibattito socio-politico.
Per meglio distinguere questi due modelli professionali, confrontiamo come vengono diversamente affrontati il problema della riservatezza e il rapporto con i lettori.
Per quanto riguarda la riservatezza, il giornalista difensore si ritiene in dovere verso i propri lettori e verso i gruppi sociali, che egli intende rappresentare, di rivelare anche informazioni che il governo o altre fonti istituzionali vorrebbero tenere nascoste o manipolare, per esempio con la motivazione della sicurezza nazionale.
Il giornalista difensore si ritiene in dovere di rivelare tutto quello che può essere di interesse pubblico e non si ritiene obbligato di rivelare le sue fonti nemmeno alla magistratura.
Per quanto riguarda il rapporto con i lettori, il giornalista gatekeeper ritiene che essi siano in grado di giudicare da soli quali siano i loro interessi.
Compiti del giornalista sono informare, commentare e fornire contesti che permettano ai lettori di comprendere i processi socio-politici e di valorizzare la propria razionalità e capacità di risposta.
Per il giornalista gatekeeper, il sistema sociale è in grado di regolarsi da solo.
Per il giornalista difensore, invece, nella società vi sono barriere che ostacolano il mutamento socio-politico e vi sono gruppi sociali che non riescono ad essere del tutto coscienti dei propri interessi e che faticano a soddisfarli.
Il giornalista difensore si ritiene in dovere di aiutare questi gruppi sociali quando subiscono discriminazioni e ingiustizie, svolgendo, in pratica, un ruolo di loro avvocato nel contesto dei mass media.
Secondo Morris Janowitz, il giornalista gatekeeper sembra avere obiettivi più chiari, in particolare quelli di
"conservare e sviluppare l'interesse essenziale alla ricerca intrinseca dell'obiettività che è propria del metodo scientifico" (JANOWITZ, tr.it.1985, 129).
Il giornalista gatekeeper è consapevole delle possibili pressioni che si possono subire nella ricerca di un giornalismo obiettivo, ma sa anche che vi sono fattori organizzativi che rinforzano la norma professionale dell'obiettività.
In particolare, egli sa che, per poter costruire e trattenere un numero di lettori sempre più vasto ed etereogeneo, bisogna realizzare un prodotto informativo che venga percepito come relativamente obiettivo e non distorcente la realtà da queste fasce etereogenee di lettori.
Sempre secondo Morris Ianowitz, il modello del giornalista difensore è più ambiguo.
Il giornalista non può essere assimilato ad un avvocato, in quanto il suo lavoro non contempla procedure come la presenza di un giudice o l'appello.
Il giornalista difensore statunitense non può neanche essere assimilato ad un giornalista di partito europeo, in quanto il primo è legato ad un'etica libertaria.
Per poter svolgere i compiti che si prefigge, il giornalista difensore deve cercare di mantenere la propria indipendenza professionale e questo lo conduce a guardare verso l'ideale del giornalismo gatekeeper.
Morris Janowitz conclude che
"il compito essenziale del giornalista-tenuto conto dell'ambiguità del modello del difensore e della centralità dell'informazione nella società democratica-verte sul ruolo del gatekeeper.
Quello partecipante, visto come ruolo distinto e secondario, per essere portato avanti con efficacia e responsabilità deve essere, in certo qual modo, professionalizzato, perchè ne sia garantita l'indipendenza e ne siano definiti i limiti e le potenzialità" (JANOWITZ, tr.it.1985, 130).

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1.2.3. Giornalismo anglosassone e italiano a confronto

Cercheremo ora di definire le differenze tra il giornalismo anglosassone e quello italiano.
Secondo Alessandro Mazzanti, "la questione dell'obiettività può essere scelta come elemento discriminante ai fini della caratterizzazione dei modelli informativi sorti in diverse realtà nazionali" (MAZZANTI, 1990, 20).
Lungo il corso della storia del giornalismo italiano, l'ideale dell'obiettività, diversamente che nel giornalismo anglosassone, non è stato centrale.
Il giornalismo italiano è sempre stato in stretto rapporto con la politica, ha ricercato più obiettivi politici che di mercato.
Gli editori italiani raramente sono stati editori "puri", cioè senza interessi e proprietà principali al di fuori delle testate giornalistiche possedute.7
I giornalisti italiani hanno avuto una scarsa coscienza della propria identità professionale e dell'importanza dell'ideale pratico dell'obiettività e, fino agli anni settanta, uno scarso interesse verso le esigenze dei lettori.8
Come si è sviluppato, invece, l'ideale dell'obiettività nel giornalismo statunitense?
Nei primi decenni di questo secolo, l'industria giornalistica statunitense puntò a una diffusione di massa, sorretta da una pubblicità di massa.
Per potersi rivolgere a un ampio numero di lettori di ogni orientamento politico e religioso, l'industria giornalistica aveva bisogno di un prodotto il più possibile neutrale, completo ed accurato.
Il giornalista doveva essere un professionista capace di osservare la realtà e diffondere le informazioni senza lasciarsi coinvolgere emotivamente, accurato e scrupoloso nell'uso delle citazioni e nell'identificazione delle fonti.
Come osserva Rodolfo Brancoli, "un'informazione obiettiva rispondeva alle aspirazioni di una categoria in cerca di rispettabilità e prestigio" (BRANCOLI, 1994, 157).
Fu, quindi, grazie al metodo dell'obiettività che il giornalista americano riuscì ad ottenere e a mantenere l'indipendenza e l'integrazione nella struttura giornalistica e nella società, in cambio di una rinuncia ad avanzare una sua pretesa di verità e ad usare il suo prestigio per fini politici.
A partire dagli anni sessanta, dalla guerra del Vietnam sino al caso Watergate, il giornalismo obiettivo entrò in crisi.
I giornalisti si accorsero che una tecnica obiettiva passiva finiva con l'accordare alla menzogna la stessa rilevanza e lo stesso impatto della realtà e che tutto quello che era fatto filtrare dalle fonti ufficiali veniva messo in circolazione senza un esame critico.
Anche i sostenitori dell'obiettività dovettero ammettere che non bastavano la citazione precisa e l'identificazione della fonte, ma che bisognava dare un senso a dichiarazioni ed eventi, contestualizzandoli per permettere ai lettori di valutarli.
Al concetto di obiettività è subentrato così quello di
"fairness, che non abbandona gli aspetti validi del primo (i fatti sono fatti, la citazione deve essere precisa, la fonte va identificata, la tendenziosità nell'usare citazioni e fonti non è consentita...), ma rimuove i limiti del suo semplicismo" (BRANCOLI, 1994, 161).
Nei giornali statunitensi è presente ora la news analysis, che va oltre i singoli fatti, cercando di collocarli in un contesto.
Nell'analisi dei fatti si presta molta attenzione alla completezza, cercando di evitare travisamenti, omissioni ed enfasi inappropriate.
Nel caso di controversie, vengono presentate tutte le significative opinioni discordanti e viene data la possibilità di replica a chi eventualmente dovesse ritenere di essere stato danneggiato.
Se a un evento è stato dato un grosso rilievo, ne vengono seguiti anche gli sviluppi successivi, per evitare frammentazioni, che non consentono al lettore di cogliere l'evento nel suo processo.
In ogni caso, l'analisi dei fatti viene ben distinta dalle opinioni.
L'analisi dei fatti è uno strumento che permette al lettore di capire, l'enunciazione di un'opinione è uno strumento per persuaderlo.
Secondo Rodolfo Brancoli, anche un giornalismo militante come quello italiano dovrebbe adeguarsi a questi standard di professionalità.
Prima bisogna essere giornalisti professionisti, poi giornalisti schierati.
In Italia, invece, vi sono sempre stati un forte parallelismo e una forte compenetrazione tra poteri politici, religiosi ed economici e i mass media.
Per questo, l'autonomia dei giornalisti è sempre stata limitata.
Tutto questo ha comportato una scarsa sensibilità al problema della
"credibilità collettiva dell'informazione, di cui l'autonomia è solo una componente, accanto alla imparzialità, alla completezza, alla accuratezza e, naturalmente, a comportamenti eticamente corretti di chi la pratica" (BRANCOLI, 1994, 19).

In Italia non si è affermato un modello di giornalismo in posizione autonoma tra cittadini e potere con un ruolo di "guardiano della democrazia".
Il giornalismo italiano deve correggere la sua cultura e deontologia professionale.
Il giornalismo italiano deve imparare ad essere indipendente dal potere politico, a controllarlo, ad incalzarlo, senza però assumere un altro punto di vista politico, rimanendo in una prospettiva distaccata.
Rodolfo Brancoli conclude che
"si tratta di decidere qualcosa che va al cuore insieme del problema e della funzione stessa del giornalismo. Si tratta di decidere da che parte questo si colloca, se da quella del cittadino-lettore o da quella dei poteri forti della società, politici ed economici" (BRANCOLI, 1994, 298).


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1.2.4. L'obiettività è solo un rituale?

Una voce critica nei confronti del modello giornalistico anglosassone e del suo concetto di obiettività viene proprio dagli Stati Uniti.
Secondo Gaye Tuchman,
"quando sono oggetto di attacchi per una presentazione controversa dei fatti, i giornalisti invocano la loro obiettività quasi come un contadino dell'Europa del sud fa appello allo spicchio d'aglio appeso al collo per scacciare gli spiriti maligni" (TUCHMAN, tr.it.1985, 191).

Da questo punto di vista l'obiettività non viene, quindi, intesa come un atteggiamento scientifico, ma come un qualcosa di simile a un rituale superstizioso in un ambito professionale che comporta rischi costanti.
Il giornalista, pressato dall'urgenza della notizia, deve prendere con rapidità decisioni sulla validità e l'attendibilità di quello che va pubblicato, a meno che non si tratti di notizie che possono essere preparate in anticipo (per esempio nel caso di soft news o di continuing news, come diremo in seguito).
Inoltre, il giornalista lavora in una struttura gerarchica, in cui deve cercare di adeguarsi ai modelli e alle direttive dei vertici redazionali, rischiando in continuazione rimproveri e correzioni ai suoi articoli.
Secondo Gaye Tuchamn, è per porsi al riparo da questi rischi che i giornalisti enfatizzano alcune pratiche di lavoro, individuate come base dell'obiettività: Come detto in precedenza, Rodolfo Brancoli identifica nella presentazione delle significative opinioni discordanti in una controversia, uno degli aspetti principali del passaggio dal concetto di obiettività a quello di fairness.
Secondo Gaye Tuchman, invece, i giornalisti non possono di ritenersi più obiettivi ed imparziali solo perché elencano una serie di opinioni contrastanti e non possono pretendere di presentare come fatti quello che è solo un groviglio di verità contrastanti, che "potrebbe essere meglio visto come un invito ai lettori ad esercitare una percezione selettiva,che è una reazione caratteristica di fronte alle notizie" (TUCHMAN, tr.it.1985, 195).
Anche la presentazione di prove a sostegno di quanto si afferma non fa altro che rafforzare l'errata convinzione che siano i fatti a parlare da soli, mentre è il giornalista a parlare per i fatti.
L'uso formale delle virgolette nelle citazioni, anche se preciso, non elimina la possibilità che le frasi citate siano solo quelle con cui il giornalista è più d'accordo, facendo dire così ad altri la propria opinione.
Nella strutturazione della notizia secondo un ordine decrescente di importanza delle informazioni, entra sempre in gioco un fattore soggettivo nella scelta di ciò che è ritenuto importante ed interessante.
Mentre Rodolfo Brancoli ritiene la news analysis una recente e positiva scoperta del giornalismo statunitense, Gaye Tuchman sostiene che le procedure di separazione dei fatti dalle opinioni (per esempio, con l'uso della testatina "analisi delle notizie")
"fuorviano il lettore inducendolo a ritenere che l'analisi delle notizie abbia particolare peso e rilevanza o sia definitiva" (TUCHMAN, tr.it.1985, 201).
L'analisi delle notizie implica comunque dei giudizi di valore e, quindi, anche in questo caso, il giornalista deve fare appello alla sua soggettività e alla sua professionalità nel valutare cosa è importante e interessante.
Gaye Tuchman conclude che vi è un forte scarto tra ciò che si vuole raggiungere (l'obiettività) e ciò che effettivamente si realizza.
La professionalità giornalistica sembra basarsi "su una sorta di sapienza esoterica, una facoltà arcana che rende il giornalista diverso dai comuni mortali" (TUCHMAN, tr.it.1985, 199).
Questa conoscenza di tipo esoterico, questo senso comune professionale ha un ruolo fondamentale nello stabilire quali fatti possano diventare notizie.
Quando questa conoscenza professionale di tipo esoterico diventa bersaglio di critiche, ecco che scattano le strategie difensive rituali dell'obiettività, che permettono di fare fronte ai rischi soggettivi e organizzativi del lavoro giornalistico.

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1.2.5. L'ideale dell'obiettività in Italia: limiti e proposte

Confrontiamo ora alcune teorie e proposte di studiosi e giornalisti italiani sulla questione dell'obiettività.
Conviene, come prima cosa, tenere presente che
"il concetto di obiettività presuppone un oggetto ossia una realtà esterna al soggetto e indipendente da esso, una realtà che può essere conosciuta senza subire modifiche. Obiettività significa infatti corrispondenza tra la realtà conosciuta e la realtà effettiva" (LEPRI, 1986, 132).

In Italia, la questione dell'obiettività era stata poco dibattuta e legata solo a polemiche tra organi di stampa ideologicamente diversi sino alla contestazione del 1968, quando l'informazione ufficiale venne messa sotto accusa.
Umberto Eco dichiarò apertamente che
"il mito dell'obiettività, con l'immagine correlativa del 'giornale indipendente', camuffa semplicemente la riconosciuta e fatale prospetticità di ogni notizia" (ECO, 1971, 340).
Il solo fatto di scegliere di trattare una notizia invece di un'altra è già interpretazione.
Trattando in prima pagina una notizia invece di un'altra, è imporre al lettore una scala di priorità.
Anche la notizia trattata nel modo più obiettivo possibile è già interpretata dal momento che appare su un determinato giornale.
Ogni giornale, infatti, ha un suo substrato ideologico, che funziona da codice.
Inoltre, un giornale non può mai controllare il potenziale informativo ed emotivo delle notizie che pubblica, perché anche una stessa parola cambia secondo i mutevoli sistemi di attesa dei lettori.
Il compito del giornalista, quindi, non è quello di convincere il lettore che si sta dicendo la verità, ma quello di avvertirlo che si sta dicendo la propria verità, di rendere esplicita la soggettività della prospettiva adottata.
Umberto Eco articolò meglio la sua posizione sul finire degli anni settanta, sostenendo che se l'obiettività come concetto teorico può esser considerata come un'illusione, un mito e una falsa coscienza, come criterio empirico essa è valida.
Umberto Eco ammise che vi è
"un limite basso dell'obiettività che consiste nel separare notizia e commento; nel dare almeno quelle notizie che circolano via agenzia; nel chiarire se su una notizia vi sono valutazioni contrastanti; nel non cestinare le notizie che appaiono scomode; nell'ospitare sul giornale, almeno per i fatti più vistosi, commenti che non concordano con la linea del giornale; nell'avere il coraggio di appaiare due commenti antitetici per dare la temperatura di una controversia, ecc." (ECO, 1979, 18).

Questi criteri empirici non impediscono al giornale di presentare la propria visione del mondo, ma permettono al lettore di avere un approccio con prospettive e pareri diversi da quelli del suo giornale.
Marino Livolsi sostenne che i mass media nascondono le contraddizioni della società e ne scoraggiano ricostruzioni complesse, consentendo solo parziali interpretazioni.
L'obiettività non è enunciazione di una verità assoluta, ma saper mettere in grado il lettore di valutare e contestualizzare le notizie che riceve.
Per il giornalista, quindi, "non si tratta solo di dare certe notizie, ma anche di presentarle in modo che la loro valutazione sia possibile da parte dei fruitori" (LIVOLSI, 1979, 39).
Più che la notizia, è sacro un commento onesto ed esplicito.
La principale regola del giornalismo obiettivo è quella di attenersi ai fatti.
Ma a quali fatti?
Il giornalista non deve scrivere su quello che a lui soggettivamente appare importante, ma su quello che ha una rilevanza di carattere generale.
Secondo Carlo Marletti, "la rilevanza di un fatto rispetto ad un altro non è tanto soggettiva, quanto socialmente e storicamente istituzionalizzata" (MARLETTI, 1982, 187).
Esiste una struttura referenziale fissa, cioè un modello sociale che stabilisce l'importanza di un fatto rispetto ad un altro.
Trattare con minor rilevanza od omettere certi fatti per motivi soggettivi od ideologici non è solo una scorrettezza professionale, ma anche fare del cattivo giornalismo.
Un fatto trae la sua importanza dal processo in cui è inserito.
Il giornalista deve avere la capacità di cogliere l'importanza dei processi, non limitarsi a guardare i fatti isolatamente.
L'obiettività è
"un risultato che può esser raggiunto solo grazie ad un preciso impegno professionale, all"intelligenza dei fatti e dell"evoluzione tendenziale di essi, nel rapporto tra esperienza e memoria collettiva" (MARLETTI, 1982, 190).
Ci si deve porre, inoltre, un problema di obiettività anche per il commento, in quanto anch'esso non è mai del tutto soggettivo, ma ha una sua struttura referenziale.
Come vi sono modelli di correttezza professionale nella cronaca di un fatto, così vi sono anche modelli di correttezza professionali per quanto riguarda i commenti.
Secondo Sergio Lepri, anche se la teoria e la pratica giornalistica mostrano che l'obiettività è impossibile, anche se l'informazione è condizionata da fattori soggettivi e strutturali,
"questo non significa che non ci si deve sforzare di raccontare il fatto rispettando, quanto più possibile, gli elementi che lo compongono; cercando,quanto più possibile,di lasciare da parte le proprie idee e i propri sentimenti; compiendo, quanto più possibile, il proprio dovere di mediatori imparziali" (LEPRI, 1986, 136).

Si può tendere all'obiettività senza problemi, tenendo presente che la notizia deve essere
"la massima approssimazione possibile all'effettivo svolgimento del fatto così come è concretamente ricostruibile, in quella determinata circostanza, mediante la rappresentazione logica ed organica degli elementi a disposizione" (CASELLI, 1976, 214).

Compito del giornalista è ricercare pazientemente una irraggiungibile verità.
Nel fare questo egli deve stabilire un rapporto umano con il lettore.
Il giornalista deve scrivere con semplicità e chiarezza ed essere consapevole dell'importanza della "credibilità".
La "credibilità" non dipende solo dalla coincidenza di orientamenti ideologici o tecnico-professionali tra chi scrive ed il lettore, ma anche dalla competenza e dall'autorevolezza del giornalista.
L'autorevolezza e la "credibilità" sono un grande patrimomio per un giornalista e per un giornale.9
Per ottenere e mantenere queste prerogative, bisogna che l'informazione che viene fornita sia chiara, attendibile, controllata e non smentibile.
Un'altra proposta per il superare i limiti dell'ideale dell'obiettività è che il giornalismo diventi
"storiografia dell'istante" (ECO, 1979, 32).
A questo scopo, il giornalista deve comunicare ai lettori anche i fatti ripetitivi e collettivi che costituiscono la norma, smettendo di privilegiare i fatti eccezionali e il sensazionalismo.
Il giornalista deve rendere esplicito se la notizia parla di fatti o di altre notizie.
La crisi del fatto e dell'obiettività può condurre a
"trovare l'unico modo di obiettività possibile, la assunzione scoperta, da parte di ogni organo di informazione della propria prospettività e del proprio diritto-dovere (finalmente non coperto e occultato) di interpretare i fatti" (ECO, 1979, 33).

Si sostituisce, quindi, al parametro della notizia quello dell'interpretazione, intesa non come commento, ma come
"capacità di razionalizzare la notizia, cioè di contestualizzarla e di vederla in una catena di eventi precedenti e paralleli" (BECHELLONI, 1982, 38).
L'obiettività viene così intesa come un traguardo, come una tensione permanente alla verità, nella consapevolezza che ,teoricamente, si può dare un'interpretazione oggettiva della realtà.

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1.2.6. L'obiettivismo spettacolare

Nonostante i dibattiti teorici, i numerosi consigli empirici e i tentativi di formalizzare ed applicare un codice deontologico della professione giornalistica, non sembra che finora in Italia i risultati siano stati brillanti.
Inoltre, sono sempre più allarmanti anche le riflessioni sul giornalismo americano, affermatosi,come abbiamo visto prima, sul mito e sulla pratica dell'obiettività.
Durante gli anni settanta, negli Stati Uniti, ha iniziato ad affermarsi il New Journalism.
Questo modello giornalistico si è caratterizzato come giornalismo soggettivo, mettendo in secondo piano il mito dell'obiettività.
Il New Journalism ha fatto cadere le classiche distinzioni tra informazione e racconto, tra il fatto e la sua cornice, tra il primo piano e lo sfondo, tra la notizia importante e il fatto insignificante.
Questo modello giornalistico ha, in pratica, mutato
"le regole base della rilevanza giornalistica e della notiziabilità" (MAZZANTI, 1990, 173).
Infatti, l'attenzione viene posta sui piccoli fatti e sui dettagli, descritti nei minimi particolari, senza curarsi della loro importanza o significatività.
Questo modo di approcciarsi alle notizie ha comportato maggiore autonomia ai giornalisti nel seguire i grandi eventi, ma ha avuto come controindicazione che si è arrivati a un mescolamento tra realtà e finzione, tra politico e personale, tra eventi e pettegolezzi.
Questa contaminazione tra realtà e finzione ha portato i giornalisti a cercare gli "scoop", senza verificare le fonti, producendo effetti perversi e reazioni negative per quanto riguarda la "credibilità" della professione.
Uno dei casi più clamorosi di mescolamento tra realtà e finzione, tra "vero" e "verosimile", di costruzione parallela della realtà è stato il "falso giornalistico" che ha visto come protagonista una giovane redattrice del Washington Post, Janet Cooke.
La Cooke narrò dettagliatamente la storia di un bambino di otto anni, di nome Jimmy, dedito all'eroina.
La storia "verosimile", ma dal personaggio in realtà inesistente, fu smascherata in seguito alle pressioni dei lettori che volevano avere notizie del piccolo eroinomane per aiutarlo.
La ricerca della notizia sensazionale ad ogni costo, la competività e le pressioni dell'ambiente di lavoro possono spiegare come, anche nel giornale che con le sue denunce sul caso Watergate aveva portato alle dimissioni del presidente Richard Nixon, sia stato possibile arrivare a una falsificazione della realtà, a una sua costruzione parallela senza riscontri nei fatti.
Dalla ricerca dell'obiettività si è passati ad un "obiettivismo spettacolare" (MAZZANTI, 1990, 219).
Questo modello giornalistico ibrido, risultato della mescolanza tra giornalismo e spettacolo, soddisfa alle esigenze di essere il più possibilmente "vero" per il pubblico e il più "spettacolare" possibile.
In questo modello di giornalismo, le esigenze della spettacolarità superano quelle di un'attenta verifica dei fatti e di una ricostruzione il più possibilmente vicina al loro svolgersi effettivo.
Carl Bernstein, che fu uno dei giornalisti del Washington Post protagonisti dello scandalo Watergate, arriva ad affermare che da quindici anni negli Stati Uniti il giornalismo si sta riducendo ad un'informazione-spettacolo, in cui
"la banalità è significativa e le volgarità o le scurrilità sono più importanti delle notizie vere" (BERNSTEIN, tr.it.1994).
Di conseguenza,negli Stati Uniti si sta formando una vera e propria "cultura dell'idiozia", in cui la volgarità sta diventando norma culturale e la stampa si è abbassata alle risse verbali e ai facili sensazionalismi.
Le notizie false, pubblicate su giornali poco attendibili, entrano nel circuito della grande stampa, anche se sono facilmente smentibili, solo perché sensazionali e di forte impatto psicologico.
Se è criticabile un giornalismo troppo legato ai poteri forti della società, ancor peggio è un giornalismo in balia degli umori di un'opinione pubblica invadente.
Seguendo l'opinione pubblica, il giornalismo si riduce a fare delle campagne di opinione invece che fornire resoconti accurati dei fatti ed analisi critiche.
La contaminazione tra spettacolo e notizia è diventato uno strumento di aggancio con il pubblico.
Molti editori sono diventati impresari di spettacolo.
Non è più possibile prestare attenzione solo al legame tra giornalismo e industria, in quanto è in corso un altro fenomeno:
"il mondo dell'informazione si è trasferito dal campo delle attività legate al lavoro al campo delle attività legate al tempo libero" (COLOMBO, 1994, 473).
Lo spettacolo è entrato nei luoghi sacri dell'informazione.
Gli studi televisivi sono diventati teatri e piazze, in cui hanno spazio polemiche e rivelazioni, senza una verifica delle loro cause ed effetti.
Stretti tra l'esigenza di fare spettacolo e la necessità-dovere di usare la grande mole di materiale informativo, che ogni giorno arriva sui tavoli delle redazioni, giornali e tv rischiano di riempirsi con prodotti fabbricati in luoghi diversi dalle redazioni stesse.
In questo modo, il giornalismo rischia sempre più di diventare un mondo parallelo ed eteroguidato, invece di svolgere compiti di ricerca, inchiesta e approfondimento.
Il giornalismo sta diventando sempre più autoreferenziale.
Non sono più i fatti a generare le notizie o le notizie a generare i fatti, ma si è perso il contatto coi fatti, con il reale.10
Nei mass media italiani questi difetti vanno a sommarsi alla tradizionale dipendenza dal mondo politico e alla sua sovrarappresentazione.
È utile ricordare che uno dei più clamorosi "falsi" della storia del giornalismo italiano non aveva come argomento un fatto di cronaca, ma un presunto documento segreto, pubblicato dal quotidiano del PCI, l'Unità, che rivelava presunte trattative tra le Brigate Rosse e la DC per la liberazione dell'esponente democristiano Ciro Cirillo.
Nel caso di questo "falso giornalistico" riscontriamo, oltre alle ambizioni di carriera della giornalista Marina Maresca, il motivo predominante della lotta politica, l'intento di screditare il partito avversario, senza curarsi di verificare l'attendibilità della fonte, prendendo per "vero" quello che era solo "verosimile".11
L"autoreferenzialità dei mass media italiani è eclatante nel caso delle dichiarazioni degli uomini politici.
La maggior parte delle presunte notizie (per esempio, le indiscrezioni sulle future alleanze di governo o i pareri sugli eventi politici del giorno) spesso non vengono da contesti ufficiali quali aule parlamentari, congressi di partito o manifestazioni pubbliche, ma raccolte, per esempio, mentre l'esponente politico parla in un bar o è in viaggio su un aereo.
In questi casi, il contesto ufficiale sparisce, ma quello che dovrebbe rimanere a livello di "chiacchiera" diventa spesso una rivelazione "sconvolgente", in seguito però smentita.
Si arriva così a stabilire un triplice livello di verità:
  1. una realtà fattuale, cioè il giornalista ed il politico che si parlano;
  2. il significato testuale di quello che si sono detti;
  3. il significante occulto, cioè il messaggio che l'uomo politico voleva mandare, sapendo che il giornalista avrebbe riferito, ma che poi poteva essere smentito.
Il giornalismo italiano è stato, per questo, definito il regno del "giornalismo pallavolo" (SALERNO, 1994, 13).
Questo modo di fare giornalismo si basa sulla capacità di autocreare delle notizie e diffonderle, costruendo già la loro replica e risposta, in un continuo flusso informativo che non ha nulla a che fare con la realtà.
Le voci e le indiscrezioni assumono valore di notizia solo per il fatto di essere state mandate in rete, messe in pagina, sino a quando non verranno smentite appositamente.
La storica dipendenza dal sistema politico è una delle cause della scarsa "credibilità" del giornalismo italiano, tanto che il numero dei lettori dei giornali italiani continua a rimanere, nonostante l'aumento della scolarizzazione, uno dei più bassi in Europa.
Cosa fare per uscire da questa situazione? Quali sono i principali vizi da superare?
Ecco, in sintesi, alcune proposte di Paolo Murialdi ai direttori dei giornali italiani: Saranno sufficienti, se accolte, queste proposte a superare la crisi della stampa italiana o vi è una crisi più profonda, che riguarda l'intera professione giornalistica?

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Va giù


1.2.7. Crisi della professione giornalistica

La professione giornalistica soffre oggi una profonda crisi di "credibilità".
Vengono messi in discussione i media e i loro poteri, il ruolo del giornalista e la sua "immagine".
Come osserva Alberto Cavallari, "la sovraproduzione e l'inflazione informativa hanno provocato una redistribuzione dei ruoli tra i protagonisti dell'informazione" (CAVALLARI, 1990, 293).
Questa confusione produttiva fa sentire il sistema dei media sempre più come una minaccia per la democrazia, invece che una garanzia.
È in atto una sorta di rigetto da parte di vasti settori del pubblico e dello stesso giornalismo.
Inoltre, la collettività dei giornalisti, invece di rinsaldarsi, si è sempre più frammentata.
Sono aumentate le divisioni del lavoro, le sottocategorie e i centri di produzione dell'informazione.
Si capisce sempre meno cos'è un giornalista.
I giornalisti stessi si ispirano oggi a un vago modello di comunicatore e non di interprete della storia del presente.
I giornalisti conoscono bene la loro identità corporativa, ma meno il loro ruolo nella società.
Del resto, la società stessa pensa dei giornalisti una cosa diversa da quello che essi credono di essere.
C'è chi arriva ad ipotizzare la fine del monopolio giornalistico sull'informazione e la fine della corporazione dei giornalisti.
Viene messo in dubbio che, in una società sempre più mediatizzata, "una categoria ristretta debba avere il monopolio della selezione e della qualificazione degli avvenimenti" (CAVALLARI, 1990, 295).
In una società che tende ad informarsi sempre più da sola, in cui si sono moltiplicati i centri di produzione e distribuzione dell'informazione, viene messa in dubbio la necessità di una professione che faccia da garante dell'informazione, tanto più che la garantisce sempre di meno.
Dall'utopia dell'informazione per tutti siamo passati all'utopia dell'informazione da parte di tutti.
Oltre al diritto di essere informati, si sta affermando il diritto di essere informatori, di poter partecipare alla "inflazione informativa".
In questo contesto, la vecchia figura del giornalista sta perdendo legittimità e non riesce più ad essere garante di fronte ad un fenomeno che gli sfugge, ad un'informazione che minaccia di divorare se stessa.
Nonostante tutto questo, c'è chi, invece, ritiene necessaria la presenza di mediatori perché
"il semplice cumulo di dati informativi, privi di selezioni e di valutazioni, non arricchisce l'informazione, anzi ne è la concreta negazione" (FRACASSI, 1994, 232).
L'esperienza delle reti telematiche, in cui tutti possono informare ed essere informati su tutto, ha mostrato la necessità di figure di selezione e mediazione.
Infatti, anche le reti telematiche più potenti, come Internet, se inondate di un flusso incontrollato di informazioni, possono diventare inservibili.13
Il problema torna, quindi, ad essere quello delle regole dell'informazione e delle professioni di mediazione.
È, comunque, necessario che si diffonda una conoscenza critica da parte degli utenti dei mass media sui meccanismi selettivi della produzione delle notizie e sulla inevitabile distinzione tra realtà ed informazione.

Cap.1.1
IL giornale e il suo linguaggio
Cap.1.2
Giornalismo e obiettività
Torna su Cap.1.3
: Notizia e routines produttive
Cap.1.4
Costruzione sociale della
realtà
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