3. LA RAPPRESENTAZIONE GIORNALISTICA DI UN EVENTO: LA MANIFESTAZIONE NAZIONALE SINDACALE DEL 12/11/1994

3.4. LA REPUBBLICA: L'OSSERVATORE SCHIERATO

3.4.1. Il giorno prima
3.4.2. Il giorno della manifestazione
3.4.3. Il giorno dopo
3.4.4. Due giorni dopo
3.4.5. Tre e quattro giorni dopo


3.4.3. Il giorno dopo

Il giorno successivo alla manifestazione, tematizzate dalla testatina "Un milione in corteo" sono dedicate tutte le pagine dalla seconda alla settima (su quarantatrè più pagine locali).
La prima pagina non è interamente dedicata alla manifestazione ma titolazione, foto ed editoriale danno luogo ad un'iperbole grafico-visiva.
L'occhiello apre con un'iperbole sanzionando la manifestazione come "la più grande" dell'arco storico "dopoguerra".
Il secondo enunciato dell'occhiello rileva che "anche" dallo spazio "Piemonte" in migliaia si sono trasferiti nel luogo della performanza.
La congiunzione "anche" sottolinea l'importanza della presenza di questi manifestanti che hanno dovuto superare le difficoltà imposte dall'alluvione per recarsi a Roma.
Il titolo installa chiaramente nel discorso un attante osservatore.
Possiamo anche dire che questo stesso attante sanziona iperbolicamente quanto vede.
I tre puntini di sospensione, oltre a creare attese nel lettore, sono da considerare un silenzio iperbolico (cfr 2.7.3.).
Il primo catenaccio risolve le attese create nel titolo esplicitando il luogo della performanza, il soggetto collettivo, quantificato in "più di un milione", che l'ha realizzata e l'oggetto di valore per lui negativo la "Finanziaria".
Il lessema "più" lascia presupporre un numero di manifestanti anche molto superiore al milione.
Il secondo catenaccio contiene la provocazione di Berlusconi che contrappone il lavoro allo sciopero.
Il titolo dell'editoriale di Eugenio Scalfari, direttore de la Repubblica, esplicita due oggetti di valore desiderati dal soggetto collettivo che ha realizzato la manifestazione: "giustizia" e "libertà".
Come approfondiremo in seguito, l'oggetto di valore "giustizia" attraversa isotopicamente tutti i commenti de la Repubblica.
Scalfari inizia il suo commento allargando l'attante osservatore a se stesso ed ai lettori con un "noi" inclusivo.
È ai lettori che Scalfari si rivolge invitandoli alla "calma" ed alla "riflessione", a non lasciarsi travolgere dall'emozione di fronte allo "spettacolo" della manifestazione.
Scalfari figuratizza poi con un'enumerazione il soggetto collettivo della manifestazione.
Egli tende a sottolineare la forte presenza non solo di operai, studenti e pensionati, ma anche del "ceto medio".
È lo stesso Scalfari ad interrogarsi sull'essere di questo soggetto collettivo e sui suoi oggetti di valore.
Con un atto epistemico di certezza Scalfari sottolinea che questo soggetto collettivo è l"altra Italia", l'"Italia" antagonista a Berlusconi ed ai suoi alleati.
Di nuovo è sottolineata la presenza dei manifestanti giunti "persino" dalle zone alluvionate.
Questa insistenza sui manifestanti giunti dalle zone alluvionate può essere intepretata come una sanzione positiva del rapporto di solidarietà tra manifestanti ed alluvionati.
Scalfari non si limita a costruire una competenza "negativa", di opposizione al governo, ma anche a sottolineare gli oggetti di valore positivi che il soggetto collettivo desidera.
Troviamo anche altre sanzioni positive sulla folla dei manifestanti quali "composta, rabbiosa ed insieme festosa".
A comporre questo soggetto collettivo sono, secondo Scalfari, anche persone che alle precedenti elezioni hanno votato Berlusconi.
Egli ipotizza quindi un "cambiamento" della funzione attanziale di questi elettori da aiutanti di Berlusconi a suoi antagonisti.
Viene poi reiterata l'isotopia dell'"organizzazione sindacale" e di nuovo figurativizzato con un'enumerazione il soggetto collettivo dei manifestanti: "lavoratori", "artigiani", ecc.
Con un embrayage attanziale in prima persona Scalfari richiama l'attenzione del lettore sulla domanda posta in precedenza sull'essere del soggetto collettivo e sui suoi oggetti di valore.
Nella gerarchia di oggetti di valore desiderati dai manifestanti Scalfari pone al primo posto la "giustizia".
Questo oggetto di valore è poi figurativizzato opponendolo ad una serie di oggetti di valore negativi.
Viene poi messo in rilievo che i leader sindacali sono stati sanzionati positivamente dai manifestanti con applausi ed ovazioni.
Sono da notare le iperboli "sommersi da ovazioni" ed "immensa platea".
Secondo Scalfari, oltre ai leader sindacali solo Di Pietro, Falcone, Borsellino ed il Papa avrebbero ricevuto tali sanzioni in quelle piazze.
Sono queste persone, sempre secondo Scalfari, i destinanti garanti dell'universo di valori tra cui troviamo la "legalità", l'"equità", la "saggezza" ed il "rigore morale".
Scalfari riconosce poi ai manifestanti la consapevolezza di non dover essere i soli a pagare lo "sfascio", di avere come oggetto di valore l'"utile collettivo", non solo quello individuale.
Un altro oggetto di valore, anch'esso esplicitato nel titolo dell'editoriale, è la "libertà".
A questa "libertà", a questo poter fare è posto un limite: "libertà" non significa che i forti possano schiacciare i deboli.
Scalfari, inscrivendo nel testo un lettore modello competente storicamente del periodo della Resistenza, ricorda che "giustizia" e "libertà" erano gli oggetti di valore della lotta di liberazione del 1944/45.
Scalfari sanziona iperbolicamente come un "miracolo" che questi oggetti di valore siano tornati ad essere desiderati non solo dal soggetto collettivo "un milione" di manifestanti, ma anche dal "Paese" intero.
Il "Paese", infatti, anche se non diretto protagonista della manifestazione, anche se solo osservatore, sembra, secondo Scalfari, condividerne gli oggetti di valore.
Il "Paese" appare dotato della passione dell'attesa, del volere altre performanze, connotate metaforicamente come "soffiare del vento nelle vele".
Il "Paese" appare deluso, triste e smarrito.
Il "Paese" desiderava l'oggetto di valore "cambiamento" ma è stato ingannato ed ora è deluso perché ha riconosciuto l'inganno.19
Questo inganno è connotato metaforicamente come una "partita" giocata con un "mazzo di carte truccato".
Il soggetto di questo inganno non è mai nominato direttamente ma è dal contesto che il lettore può inferire che il "qualcuno" è Berlusconi.
Inoltre, Scalfari inscrive nel testo un lettore modello dotato di competenze letterarie tali da riconoscere la metafora dei "Gattopardi".
Dato che la precedente "partita" è stata vinta con l'inganno Scalfari installa nel discorso un dover cominciare un'altra "partita", un altro programma narrativo.
È inscritto nel testo un lettore modello anche competente del fatto che la "partita" è riferita alle elezioni del marzo 1994.
Il lettore è aiutato a disambiguare questa metafora della "partita" con un'altra metafora: "vento del marzo".
I tre asterischi segnalano un cambio di paragrafo.
Scalfari apre il nuovo paragrafo con un embrayage attanziale.
Il direttore de la Repubblica non nasconde i suoi dubbi nel rivolgersi direttamente ai lettori per "trasmettere" le sue "impressioni" sulla manifestazione.
Ai suoi dubbi, però, egli alterna i segnali di acquisizione di consapevolezza da parte del "Paese" sull'"ingiustizia".
Uno di questi segnali è la ricerca dell'oggetto di valore "governo delle regole".
Notiamo poi l'inversione tra "governo delle regole" e "regole al governo".
Questo oggetto di valore viene fatto coincidere con lo stesso oggetto prima gerarchizzato come principale: la "giustizia".
Questo oggetto di valore è poi figurativizzato da una serie di domande.
Mentre nelle precedenti domande si creavano attese nel lettore prima di esplicitare gli oggetti di valore, qui il lessema "domandare" serve ad installare nel discorso il volere del soggetto collettivo.
In seguito la forza illocutoria dell'atto esercitivo è accresciuta da "domandare" in "reclamare" (cfr.2.4.1.).
Di nuovo con degli embrayage attanziali Scalfari sanziona positivamente un precedente articolo di De Benedetti.
In particolare, Scalfari rileva che lui stesso, De Benedetti ed i manifestanti hanno in comune oggetti di valore quali la "giustizia", il "rispetto" e la "lotta alla disoccupazione ed alla povertà".
Con un debrayage attanziale impersonale è installato nel discorso il dovere di tutti a fare sacrifici.
Destinante di questi sacrifici è il "Paese", che ne ha "bisogno", ne sente la mancanza.
Nessuno ha il potere di non fare questi sacrifici o costringere solo gli altri a farli.
Scalfari ritorna quindi al tema della "libertà" che non significa che i forti hanno il potere di schiacciare i deboli.
Di nuovo tre asterischi segnalano un cambiamento di paragrafo.
Questo paragrafo conclusivo non è che l'enumerazione delle speranze, delle attese fiduciarie di Scalfari.
Con un "noi" inclusivo Scalfari riconosce che la manifestazione ha portato alla congiuzione con l'oggetto di valore "unità nazionale".
La manifestazione è ormai collocata in un tempo anteriore all'enunciazione ("ieri") ma le attese del soggetto dell'enunciazione sono proiettate nel futuro.
La speranza, con la quale il soggetto enunciatore stipula un contratto immaginario con un simulacro da lui costruito, possiamo anche considerla il momento incoativo di nuovi percorsi narrativi (cfr.nota 6).
Scalfari comincia la serie della sue speranze ironizzando sulla denominazione "polo del buon governo" che Berlusconi ed i suoi alleati si attribuiscono e sanzionando negativamente il fare del governo.
È sulla base di questa sanzione negativa che Scalfari spera in un atto comportativo del governo, nelle sue "scuse" e, quindi, che il governo ammetta i suoi errori (cfr.2.4.2.).
Le altre speranze toccano gli argomenti della legalità, della televisione pubblica, delle pensioni, della ripresa economica, della solidarietà agli alluvionati e della libera concorrenza.
Come abbiamo ormai detto più volte l'oggetto principale delle speranze di Scalfari è la "giustizia", oggetto di valore secondo lui perso "da molto tempo".
In conclusione il soggetto collettivo è dilatato sino a comprendere l'intero "Paese".
È dell'intero "Paese" il desiderio di "giustizia".
Il governo Berlusconi con la sua arroganza diventa, senza volerlo, aiutante del "Paese" nella ricerca di questo oggetto di valore.
Dal punto di vista discorsivo notiamo che Scalfari usa spesso gli embrayage in prima persona alternando l'"io" al "noi" inclusivo che, come abbiamo appena detto, viene fatto coincidere alla fine dell'editoriale con l'intero "Paese".
È però anche da rilevare che questo "noi" inclusivo non appare tanto come il soggetto protagonista della manifestazione ma quanto un osservatore di essa che ne dà giudizi altamente positivi.
Nella prima pagina, oltre alla titolazione, alla foto ed alla prima parte dell'editoriale, troviamo anche tre sommari che assumono i punti di vista e delegano l'enunciazione il primo ai manifestanti, il secondo ai leader sindacali ed il terzo al governo.
La cronaca della manifestazione, a firma di Mino Fuccillo, occupa la seconda e la terza pagina assieme a foto panoramiche delle piazze dei comizi gremite.
Le pagine (dalla seconda alla settima) dedicate alla manifestazione ed allo "scontro" sulla "Finanziaria" sono tematizzate dalla testatina "Un milione in corteo".
L'occhiello è, come nei giorni precedenti, in forma di sommario.
La cronaca è presentata come un viaggio tra i manifestanti.
Questo soggetto collettivo è il protagonista di "un piccolo pezzo di storia nazionale".
I manifestanti sono quantificati in "un milione" e viene sottolineato che la loro provenienza è "da ogni parte del Paese".
In prima pagina, ricordiamo, si sottolineava la provenienza dalla zone alluvionate.
Dopo questo, l'enunciazione è delegata ai manifestanti stessi.
Nella prima delega è già contenuta una risposta alla provocazione di Berlusconi che contrappone lavoro e sciopero.
Per il manifestante enunciatore non c'è, invece, nessuna contrapposizione, la giornata della manifestazione è come una giornata di lavoro.
Nella seconda delega è toccato un argomento sul quale si è dilungato anche Scalfari: i sacrifici li devono fare tutti, le tasse le devono pagare tutti.
Questo argomento delle tasse sarà oggetto di polemica tra la Repubblica e Gianfranco Fini.
Nella terza delega il momento della nascita del soggetto collettivo è posto dopo la "sconfitta" elettorale.
Il soggetto collettivo è poi figurativizzato in ragazzi, famiglie, ecc.
Nel titolo l'enunciazione è di nuovo delegata ai manifestanti.
Già abbiamo scritto più volte che queste citazioni tra virgolette non sono citazioni precise ma esplicitazioni di un topic.
In questo caso, il topic della cronaca è proprio l'essere del soggetto collettivo che manifesta.
Possiamo considerare il "noi" come inclusivo sulla base del contesto, delle sanzioni positive che troviamo nelle cronaca e nell'editoriale così che ci fanno pensare ad un discorso assunto da la Repubblica stessa, che si rende così parte di questo soggetto collettivo.
Questo soggetto collettivo è soggetto di un atto epistemico di rifiuto.
Cosa è rifiutato lo si può pure tranquillamente inferire nelle cronache e nei commenti: è la "legge finanziaria", è il fare del governo Berlusconi.
Il catenaccio è introdotto dalla congiunzione "e" che connette l'essere del soggetto collettivo, così come esplicitato nel titolo, con la sua performanza.
Questa performanza è localizzata nelle "strade della capitale" e di nuovo sanzionata iperbolicamente come "la più grande delle manifestazioni".
La cronaca apre con un piccolo episodio, con uno dei tanti che vanno a comporre la grande narrazione della manifestazione: un gruppo di manifestanti si mette in posa per fotografarsi.
Poi il cronista chiama il Colosseo a destinante giudice della manifestazione dopo avere assunto il punto di vista di osservatore.
Possiamo anche considerare il Colosseo metafora della storia.
Infatti, il cronista sanziona la manifestazione come "la più grande mai vista".
Il cronista si pone così come osservatore della performanza e col sema aspettuale "mai" pone la performanza "manifestazione" in un arco temporale che possiamo far coincidere appunto con la storia.
Il topic del secondo paragrafo è segnalato da un titolo affiancato alla cronaca.
È il topic della fusione del luogo della performanza con la performanza stessa.
Roma, le sue strade e le sue piazze diventano un tutt'uno con la manifestazione.
Ogni strada è connotata metaforicamente come una "vena" ed anche iperbolicamente come un "gigantesco pulsare" di umanità.
Roma, le sue strade e le sue piazze non sono quindi bloccate, paralizzate dai manifestanti ma si fondono con essi.
Il cronista si domanda poi quanti erano i manifestanti.
Egli non si ritiene in grado di quantificarli con precisione ma notiamo che egli tende a spostare la sua incertezza su una cifra comunque superiore al milione.
Al cronista non interessa tanto la competenza quantitativa dei manifestanti quanto la loro competenza qualitativa, la loro consapevolezza di "essere cittadini".
Come già scritto nell'editoriale e nell'occhiello, a costruire questa competenza è la consapevolezza di dover pagare tutti.
Notiamo che qui l'enunciato sembra delegato ai manifestanti sia pure senza virgolette ma il "noi" può essere considerato anche inclusivo e quindi l'enunciato fatto proprio dal cronista.
Notiamo poi l'enunciato "cose mai viste, cose da pazzi", inversione di un'enunciato precedente che usando il registro parlato sanziona iperbolicamente la manifestazione.
Il cronista delega al grido di un manifestante il riconoscimento di Dio come aiutante dei manifestanti, "grido" che riutilizza del codice dell'antagonista "Berlusconi" la metafora "remare contro".
Questo grido di gioia, come gli abbracci, i saluti e le foto va a costruire la parte "festosa" della competenza della manifestazione.
Vengono poi citati altri slogan ironici.
Nelle successive deleghe ritroviamo i topic del dover pagare tutti e del giorno della manifestazione come giorno di lavoro.
Non abbiamo sinora detto che gli enunciatori di queste deleghe sono in genere antroponimizzati con nome, cognome, lavoro e luogo di provenienza, ma tutta questa cronaca è un vero e proprio turbinìo di voci, abiti, striscioni e volti di persone che si esibiscono in una serie di performanze diverse tra loro ma che si fondono nell'unica grande performanza della manifestazione. Riprendendo quanto scritto da Scalfari, Fuccillo ammette che pensionati ed operai sono metaforicamente la "spina dorsale" della manifestazione e l'opposizione politica l'"anima" ma la manifestazione non si esaurisce in questi soggetti.
Assieme a chi indossa le magliette di Che Guevara, simbolo di un'opposizione prima di tutto ideologica, c'è chi pur non condividendone l'ideologia ha coi primi in comune come oggetti di valore la "giustizia" e l'"equità, c'è chi ha acquisito il sapere che questi oggetti di valore "scarseggiano".
Troviamo a questo punto un embrayage spaziale segnalato dall'indicatore "qui".
Il soggetto dell'enunciazione esplicita, quindi, di trovarsi nello stesso luogo del soggetto collettivo della performanza "manifestazione", soggetto collettivo che viene figurativizzato con una nuova enumerazione.
Tutte le performanze dei singoli soggetti, tutti gli aspetti della loro competenza (dalla festa alla protesta) si fondono a formare la stessa "cosa".
I manifestanti sanno mostrare la loro certezza di "essere nel giusto".
Di nuovo notiamo che viene posto un attante osservatore, qui esplicitato con un embrayage attanziale in seconda persona, a cui i manifestanti sanno mostrare questa loro certezza.
È con la loro vita, con il loro essere che dimostrano la loro certezza, la loro sicurezza.
Secondo il cronista che sanziona come "evidenti" le convinzioni dei manifestanti, a chi osserva non è nemmeno richiesto un fare intepretativo.
Gli atti epistemici, il credere del soggetto collettivo diventano un fare persuasivo verso chi poco o nulla sa del sindacato e poco o nulla crede nell'opposizione e nella politica.
La cronaca di Fuccillo si conclude con due deleghe che sembrano dividere in due il soggetto collettivo: in chi "sogna" troppo ed in chi "sogna" troppo poco.
Possiamo considerare, in questo caso, il sogno come la speranza, come l'attesa fiduciaria della realizzazione di quanto desiderato.
Dal punto di vista discorsivo in questa cronaca non ci sono embrayage attanziali in prima persona singolare ma la presenza del cronista si "sente" in indicatori di embrayage spaziale come l'avverbio "qui".
Inoltre, il cronista con gli embrayage in seconda persona si pone chiaramente come attante osservatore delle performanze dei manifestanti, performanze che vengono sanzionate positivamente.
I discorsi dei leader sindacali sono sintetizzati a pag.4 e 5.
A pag.5 il cronista Riccardo De Gennaro assume anche il punto di vista di un operaio "alluvionato", ma solo sino al momento d'inizio della manifestazione, sino all'arrivo a Roma.
Nella parte alta di queste pagine, così come a pag.6 e 7 troviamo foto e slogan della manifestazione e la testatina "Un milione in corteo".
Nell'occhiello della cronaca dei discorsi dei leader sindacali troviamo due topic di questi discorsi: la sanzione della "Finanziaria" come "ingiusta", "iniqua" e la richiesta del "voto di fiducia" come "volontà di scontro".
Il topic principale è esplicitato nel titolo ed è reiterato all'inizio della cronaca.
È la stessa cronista Vittoria Sivo a spiegare i due significati dell'enunciato "non finisce qui".
Rivolto al destinatario "manifestanti" è una promessa, quindi un'assunzione di un dovere da parte del sindacato nel proseguire la lotta sino alla congiunzione con gli oggetti di valore desiderati.
Rivolto al destinatario "governo" è una minaccia in risposta alla sfida del "voto di fiducia".
Questa minaccia è reiterata anche nel catenaccio, ove la lotta è connotata iperbolicamente come "senza tregua".
Nella cronaca per primo è delegato all'enunciazione Sergio Cofferati.
Il luogo della sua enunciazione è toponimizzato nel "Circo Massimo".
Il suo discorso è sanzionato dai manifestanti con entusiasmo.
La cronista rileva, inoltre, che il discorso di Cofferati è stato l'ultimo in ordine di tempo dopo quelli di D'Antoni e Larizza.
A Cofferati non compete solo l'onore di parlare per ultimo o di avere le ultime inquadrature.
Cofferati ha anche il "privilegio" di aprire e chiudere la cronaca della Sivo, pur essendo collocato in una cronaca di tutti e tre i discorsi.
La cronista non manca poi di sanzionare tra virgolette la manifestazione come "la più grande di tutti i tempi".
Grazie all'uso delle virgolette, questa sanzione sembra essere affidata direttamente alla "storia sindacale".
La cronista si sbilancia poi in un'interpretazione dei discorsi sindacali rendendo esplicito come oggetto della promessa e della minaccia un nuovo sciopero generale.
Il momento incoativo di questo nuovo programma d'azione è posto per ora al 22/11, ma sappiamo che il nuovo sciopero generale è stato proclamato molto prima.
Anche le successive deleghe a Larizza e D'Antoni reiterano l'isotopia della prosecuzione della lotta.
Intanto la cronista riconosce che la sfida del sindacato di portare a Roma un milione è stata vinta.
È alla fonte sindacale che la cronista delega la quantificazione in "un milione e mezzo" di manifestanti.
Per la Sivo sono i sindacalisti ad eleggere il "Padre Eterno" a loro aiutante.
La cronista con un atto epistemico di certezza riconosce che la giornata di sole ha aiutato i manifestanti.
Essa torna poi a delegare l'enunciazione ai leader sindacali.
Ora dei loro discorsi è ripreso il topic delle sanzioni negative sulla "manovra" economica e sulla richiesta del "voto di fiducia".
Queste sanzioni negative sono connotate metaforicamente come "demolire a colpi di piccone".
Comuni ai tre leader sindacali sono i dubbi sulla volontà di "dialogo" del governo, diversi, invece, i pareri sulla Confindustria.
Larizza non crede ad un ripensamento di Abete, Cofferati appare più ottimista.
Mentre D'Antoni si rivolge direttamente a Berlusconi affermando che i manifestanti sono la "Italia che lavora", Larizza torna a sanzionare come "false" le affermazioni del governo sulla crisi dell'INPS (cfr.3.4.1.).
È Cofferati a sanzionare il governo come "incapace" e a ritenere la lotta una forma di solidarietà agli alluvionati.
Dopo che la cronista di nuovo sanziona iperbolicamente la manifestazione di "imponenza memorabile", nell'ultima delega Cofferati esplicita che "giustizia", "solidarietà", "compostezza" e "senso della stato" sono parte della competenza dei manifestanti e che da questi oggetti di valore il governo ed i suoi alleati sono, invece, disgiunti.
Ad una "voce" di un manifestante è delegata l'autosanzione "siamo meravigliosi".
In questo caso, possiamo considerare questo "noi" esclusivo, comprensivo dei soli manifestanti.
Questa cronaca, come era stata aperta con una delega a Cofferati, con Cofferati si chiude, precisamente con una sanzione positiva del suo operato da parte dell'ex-segretario della CGIL Bruno Trentin.
Possiamo concludere che a queste sanzioni, a quella della voce sotto il palco e a quella di Trentin, anche la cronista si associa, anche se mai in prima persona.
Infatti, la cronista non polemizza mai con i discorsi dei leader sindacali, dà loro la parola ampiamente e sanziona spesso iperbolicamente la manifestazione con enunciati quali "eccezionale riuscita", "imponenza memorabile", ecc.
A proposito degli scontri "provocati" dai Cobas, la Repubblica, pur collocandoli in taglio medio tra le pag.4 e 5, ne sminuisce l'entità con eufemismi quali "feriti in modo lieve" o "breve ma violenta scaramuccia".
Ricordiamo che la Repubblica ha spesso reiterato l'isotopia dell'"organizzazione sindacale".
Anche qui questa isotopia è reiterata dal sema "servizio di vigilanza d'acciaio".
Inoltre, a questi episodi di violenza non è attribuita la capacità di "stravolgere" la grande manifestazione.
Le reazioni del governo, dei suoi alleati e della Confindustria sono collocate insieme in una nota politica a firma di Marco Panara a pag. 6 e 7.
Il principale occhiello di queste due pagine contiene due enunciati.
Nel primo troviamo un topic del discorso di Berlusconi, nel secondo un topic del discorso di Abete.
In questi casi gli enunciatori sono evidenziati con degli iperbati e la delega è introdotto dai due punti.
Berlusconi appare sanzionare negativamente la competenza della manifestazione, rilevando l'incapacità di quest'ultima a raggiungere gli oggetti di valore desiderati.
Nella delega ad Abete compare, invece, la preoccupazione per la perdita dell'oggetto di valore "pace sociale".
La Repubblica dedicherà il giorno successivo l'apertura di prima pagina proprio a questo oggetto di valore.
Nel titolo, invece, la delega a Berlusconi è evidenziata tra virgolette.
In questo titolo, diversamente che in prima pagina e nell'articolo, non c'è solo la contrapposizione tra il dover lavorare ed il dover non scioperare ma, forzando le dichiarazioni di Berlusconi, anche un chiaro atto esercitivo, un comando rivolto a chi sciopera e manifesta.
Il catenaccio sanziona come "duro" l'atteggiamento di Berlusconi ma rileva anche il dissenso di Bossi.
Marco Panara apre la sua nota politica collocando spazialmente Berlusconi a Milano, all'ospedale San Raffaele.
Diversamente dai quotidiani visti finora non si fa cenno alla parte del discorso di Berlusconi che oppone l'"atmosfera magica" del luogo ove si trova ai "veleni" della politica.
Panara prosegue con la provocatoria contrapposizione enunciata da Berlusconi tra il lavoro e lo sciopero ma non manca di aggiungere un suo commento ironizzando sulla competenza dell'ex-capo del governo, ricordando che il giorno della manifestazione era un sabato e non un giorno lavorativo.
Viene poi delegato a Berlusconi, questa volta tra virgolette, l'atto epistemico di sfiducia nella competenza, nel potere della manifestazione di raggiungere l'oggetto di valore "cambiamento".
Mentre l'Unità ed in particolare il Corriere della Sera mettono in luce le provocazioni reciproche tra i cronisti e l'ex-presidente del Consiglio, la Repubblica si limita ad una domanda ed a una risposta.
Panara passa poi a delegare a Bossi una polemica tra la Lega Nord e i suoi alleati di governo e la sua minaccia di presentazione di "grossi emendamenti".
Se Bossi appare aiutante dei pensionati ed avversario di Berlusconi, Mastella è l'esponente del governo con un ruolo di mediatore, connotato dalla metafora "porgere ramoscelli d'ulivo".
È il cronista a sanzionare ironicamente tutto questo come "dialettica interna della maggioranza" opponendola alla "unitarietà" ed all'"imponenza" della manifestazione sindacale.
Non manca una nuova iperbole a sanzionare questa "unitarietà" ed "imponenza".
La "storia repubblicana" è, in questo caso, un arco storico più che un destinante giudice.
Panara si chiede se la "isola" di "palazzo Chigi" e "Montecitorio", separata dal resto della città e dai manifestanti, grazie ai cordoni di polizia, non sia una metafora della separatezza dei palazzi della politica dalla gente.
Ricordiamo che "palazzo Chigi" e "Montecitorio" sono spesso usati come metonimia
del governo e della Camera dei deputati.
Per osservare questa "isola" il cronista installa un attante osservatore che guarda dall'alto la città piena di manifestanti.
A conferma dell'isolamento del governo, Panara delega l'enunciazione ad Abete che sanziona positivamente la competenza dei manifestanti e ribadisce la priorità dell'oggetto di valore "concertazione".
Inoltre, Abete esprime giudizi epistemici di certezza che questo oggetto di valore assieme al "risanamento" ed alle "regole" sono comuni a lui ed ai manifestanti.
Panara conclude con una delega a Fini.
Subito vien fatto notare che Fini non la pensa come Abete e quindi viene rilevato un contrasto tra la Confindustria ed un alleato di Berlusconi.
È interessante questa delega perché dà il via ad una polemica tra Fini e la Repubblica, polemica che troverà spazio su questo quotidiano nei giorni successivi.
Per prima cosa Fini sanziona la manifestazione come "politica".
Anzi Fini non parla di "manifestazione" ma di "sciopero".
La sua "politicità" assume connotazioni negative perché l'obiettivo non è il "miglioramento della finanziaria" ma far apparire la "vitalità" dei sindacati.
Fini provoca poi la consapevolezza dei manifestanti, il loro sapere considerando un paradosso opporsi alla "legge finanziaria" perché quest'ultima non aumenta le tasse (cfr.2.7.3.).
La "legge finanziaria" è presentata da Fini come un oggetto di valore positivo che oltre a non aumentare le tasse contiene nella sua competenza il "rigore" e l'oggetto di valore considerato da la Repubblica come gerarchicamente superiore, cioè la "giustizia".
In questo modo, Fini costruisce il suo discorso con la figura manipolativa della tentazione (cfr.2.8.3.).

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Va giù


3.4.4. Due giorni dopo

Il 14/11 la Repubblica passa a tematizzare l'evento della manifestazione con una serie di interviste e con un editoriale non firmato, per questo attribuibile all'intera redazione.
Notiamo che, essendo lunedì, molte pagine del giornale sono dedicate allo sport e mancano la tradizionali testatine,sostituite da una suddivisione in "Italia", "Mondo", ecc.
Nel titolo di apertura in prima pagina spicca l'oggetto di valore "pace sociale", oggetto che appare danneggiato, "a rischio".
La Repubblica assume in questo titolo un topic di un'intervista a Cofferati.
L'anti-soggettoche mette "a rischio" questo oggetto di valore è Berlusconi.
Preoccupazioni dello stesso tipo sono espresse da Abete in un'altra intervista mentre in una terza viene data la parola a Mastella.
La Repubblica non manca di evidenziare i contrasti nel governo in particolare tra Mastella e Fini.
Ci limiteremo all'analisi dell'editoriale, polemico con le affermazioni di Fini del giorno precedente.
Già il titolo di questo editoriale segnala come topic una sanzione negativa della competenza dei "postfascisti".
L'editoriale apre citando di nuovo la dichiarazione di Fini in cui quest'ultimo ritiene "paradossale" scioperare per chiedere "incosapevolmente" nuove tasse.
Dopo questa citazione troviamo un'ampia figurativizzazione del leader di AN, alleato "fedelissimo" di Berlusconi e suo ipotizzato successore.
Si passa poi all'analisi di questa citazione contenente per la Repubblica ben tre errori, due "di fatto" ed uno "politico".
In particolare, quest'ultimo è giudicato epistemicamente come "evidente", giudizio rafforzato dall'iperbole "macroscopica".
Il primo errore sta, secondo la Repubblica, nell'uso del lessema "sciopero".
Qui la Repubblica impone nel discorso un sapere presupposto come condiviso sul fatto che il sabato è giorno di riposo usato come "festa-protesta autopagata" dai manifestanti.
Il soggetto collettivo di questa performanza è quantificato in "un milione e mezzo di dimostranti" e l'acquisizione della competenza è attribuita all'agire del soggetto collettivo stesso ("autopagata").
La Repubblica provoca Fini con delle domande retoriche in cui si ricorda il sabato fascista.
Al poter fare, alla libertà di usare il giorno di sabato come uno vuole, la Repubblica contrappone, richiamando competenze storiche del lettore sul periodo fascista, quando nei giorni di sabato e domenica si faceva quel che si doveva, quel che si era costretti a fare.
Instaurando nel discorso un sapere condiviso su questo, la Repubblica sembra voler costringere Fini ad autosanzionare come "false" le sue affermazioni.
Analizzeremo nella lettera del giorno successivo come Fini riuscirà a "dribblare" questa "costrizione".
Il secondo errore di Fini consiste, secondo la Repubblica, nell'aver sanzionato i manifestanti come "inconsapevoli".
Secondo la Repubblica, i manifestanti sapevano perché protestavano ed avevano saputo anche ben renderlo manifesto.
Ritorna qui l'argomento della "ingiustizia", del "classismo" che, secondo la Repubblica, connota la "legge finanziaria" voluta dal governo e di cui i manifestanti sono apparsi ben consapevoli.
Fini è di nuovo provocato come l'unico a non essersi accorto di questo.
Si passa poi al terzo errore, quello sanzionato iperbolicamente come "il più grave".
Prima la Repubblica loda Fini, lo seduce per la sua competenza di "politico attento", ma è proprio sulla base di questo che ritiene il suo errore "più grave".
Questo errore è l'aver sanzionato come "paradossale" il fatto che i manifestanti preferiscano come oggetto di valore le "tasse per tutti" ai "tagli alle pensioni".
Il soggettodi questa preferenza è qui sanzionato iperbolicamente come "immensa moltitudine".
Usando l'espressione del registro parlato "strano", la Repubblica commenta con una punta di ironia questo errore di Fini.
Fini ora appare come una persona che vuol sembrare "attenta al sociale" ma che "scivola" nel ritenere "paradossale" una posizione che per la Repubblica è "logica e coerente".
Le sanzioni "non paradossale" e "coerente" sono rafforzate dalle iperboli "affatto" e "perfettamente".
La Repubblica si schiera apertamente con i lavoratori che protestano contro la "legge finanziaria" ritenuta "ingiusta" e "classista".
La richiesta di pagare più tasse tutti non è per niente "paradossale", anzi mostra la competenza dei lavoratori e del sindacato, la loro "maturità civica".
La stessa "maturità" non compete, invece, ai ministri del Tesoro e delle Finanze che hanno dato seguito al programma narrativo con destinante "Berlusconi" le cui promesse elettorali sono sanzionate come "demagogiche".
L'editoriale si conclude ribadendo la competenza dei manifestanti e sanzionando negativamente le affermazioni di Fini che hanno, secondo la Repubblica, danneggiato la sua "immagine" di "politico attento".

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Va giù


3.4.5. Tre e quattro giorni dopo

Il 15/11 il titolo di apertura è dedicato allo "scontro" sulle pensioni.
Il luogo della lotta attorno all'oggetto di valore "Finanziaria" è Montecitorio, metonimia per Camera dei deputati.
La cronaca della giornata parlamentare narra del "voto di fiducia" sul condono edilizio e dell'"ostruzionismo" dei progressisti.
A pag.4 troviamo nuove deleghe ai leader sindacali che ora minacciano esplicitamente un nuovo sciopero generale e ad Abete che, pur ritenendo il "voto di fiducia" parte della competenza del governo, torna ad esprimere le sue preoccupazioni per la perdita della "pace sociale".
Noi ci limiteremo all'analisi della lettera di Gianfranco Fini in risposta al polemico editoriale del giorno precedente.
Per prima cosa notiamo che esplicitando che si tratta di una lettera di Fini e con l'uso del "noi" esclusivo ("riceviamo e volentieri pubblichiamo") la redazione de la Repubblica si distanzia apertamente da quanto enunciato da Fini.
Il titolo instaura una relazione di contrarietà tra "questa manovra" e "nuove tasse".
È questo il topic principale della lettera di Fini.
Nell'editoriale del giorno precedente i manifestanti e il sindacato venivano lodati proprio perché avevano come oggetto di valore le "tasse per tutti".
Nell'editoriale di Scalfari e nella cronaca di Fuccillo il giorno 13/11 veniva sottolineata la necessità di fare tutti dei sacrifici e la consapevolezza dei manifestanti su questo.
Fini, dal canto suo, rivolgendosi direttamente e polemicamente al destinatario "direttore de la Repubblica" ribadisce il suo giudizio sull'inconsapevolezza dei manifestanti.
Se nel primo enunciato l'atto epistemico era di certezza ed era in prima persona, nel secondo enunciato l'atto epistemico viene rafforzato con un'iperbole in quello di evidenza con l'uso però di un débrayage attanziale impersonale.
Fini afferma che proprio per essere fedele alle promesse fatte, agli impegni presi con gli elettori il governo ha rifiutato di "aumentare le tasse".
Per Fini "tagliare le spese" ed "aumentare le tasse" sono in relazione di contrarietà.
Il governo ha scelto il primo programma narrativo e per questo si è scontrato con gli anti-soggetti "sindacati" ed "opposizione".
Questi ultimi però non hanno esplicitato di essere a favore del secondo programma narrativo, quello di congiunzione con "nuove tasse".
Per questo, secondo Fini, sindacati ed opposizione hanno modalizzato secondo il non sapere i manifestanti.
Ci sembra importante rilevare che i lessemi "spese" e "tasse" assumono nel discorso di Fini connotazioni negative.
Fini torna poi a rivolgersi al suo diretto destinatario, a la Repubblica, con la figura manipolativa della seduzione lodando il quotidiano diretto da Scalfari per la sua lealtà nel sostenere che il "risanamento" va addossato alla "fiscalità generale" ma ricorda anche che la Repubblica aveva sostenuto programmi di disgiunzione dalla "pressione fiscale".
Notiamo che il lessema "tasse" muta in questi ultimi enunciati nei lessemi "fiscalità" e "pressione fiscale", propri del sottocodice burocratico-economico come il successivo "contribuenti a reddito fisso".
Fini loda la precedente posizione de la Repubblica, sanzionandone come "giuste" le motivazioni e facendole proprie, affermando che il programma di congiunzione con le "tasse" è un programma d'uso per occultare, per non far apparire gli "sprechi".
Fini valorizza poi la "Finanziaria" voluta dal governo sanzionandone positivamente la diversità da quelle realizzate dai precedenti governi che danneggiavano tutti i cittadini.
Fini sanziona così positivamente il volere ed il fare del governo di cui è alleato, schierandosi dalla parte dei cittadini contro i precedenti governi.
Con un embrayage in prima persona il leader di AN passa a figurativizzare la "fiscalità generale".
Mentre la Repubblica sosteneva la positività del ricorso alla "fiscalità generale", mentre le "tasse per tutti" apparivano un oggetto di valore positivo voluto dai manifestanti, Fini smonta tutto questo affermando che così facendo non pagano tutti ma sempre i soliti, i "contribuenti a reddito fisso".
Creando un effetto tensivo nella narrazione con il predicato aspettuale "ha già cominciato", Fini fa apparire il governo soggetto di una lotta, sanzionata iperbolicamente come "durissima", per realizzare una disgiuzione dall'"evasione", dall'"elusione", dalle "esenzioni" e dai "privilegi".
Congiunte con i "privilegi" appaiono le cooperative e le società di comodo che diventano così entrambe allo stesso modo antagoniste del governo.
Un secondo topic della polemica di Fini con la Repubblica riguarda la sanzione di "classista" fatta dal quotidiano di Scalfari alla "manovra" del governo.
Con un nuovo embrayage in prima persona il leader di AN esprime un netto giudizio epistemico di rifiuto di questa sanzione.
Fini ammette che i pensionati vengono danneggiati dalla "manovra" del governo ma lo fa ricorrendo ad eufemismi quali "misura comunue sopportabile" e "salvaguardia dei diritti acquisiti".
Inoltre, con questo il governo non vuole porsi come antagonista di una della "categorie più deboli", ma finisce con l'apparire un loro aiutante.
Infatti, le colpe della "catastrofe" del sistema pensionistico sono di nuovo addebitate ad altri.
Con il giudizio epistemico "certamente" Fini impone nel discorso un sapere condiviso sul fatto che le colpe non sono dell'attuale governo.
Di nuovo col predicato aspettuale "cominciare" viene segnalato un momento incoativo di un programma narrativo in cui il governo è soggetto di un voler congiungersi con l'oggetto di valore "riordino del sistema pensionistico".
Il governo appare anche modalizzato secondo il dover fare a causa proprio di quanto mal realizzato da altri qui non esplicitati.
Fini richiede sacrifici con la minaccia di una futura incapacità dell'INPS di pagare le pensioni.
Abbiamo già trovato nei discorsi del leader sindacale Larizza che queste affermazioni vengono sanzionate come "false".
Fini, invece, torna ad imporre nel suo discorso un sapere presupposto come condiviso con sindacati ed opposizione proprio su questa futura mancanza di potere dell'INPS.
Comune appare anche il voler "evitare l'affossamento totale e definitivo del sistema pensionistico".
Fini introduce poi un altro argomento di polemica con la sinistra autosanzionando con un embrayage attanziale come "vere" le sue successive affermazioni.
Così il leader di An passa a sanzionare come "politiche" le manifestazioni.
Secondo Fini, le motivazioni sociali non sarebbero prioritarie, anzi non farebbero neanche parte della competenza delle manifestazioni che hanno, invece, come obiettivo "dare una spallata al governo".
Ecco quindi spiegate le connotazioni negative che Fini dà alla sanzione "politiche": le manifestazioni non occultano il loro essere antagoniste all'azione del governo.
Tornando a rivolgersi direttamente al direttore de la Repubblica, Fini con un nuovo embrayage attanziale ammette che la manifestazione era di sabato, ma si avventura poi in un'analisi semantica del lessema "sciopero", aggiungendo alla più comune realizzazione sememica di "astensione dal lavoro" quella di "attività che produce disagi e disordini".
Ricordiamo che ne il Giornale sono molto evidenziati proprio i "disordini" ed i "disagi" provocati alla "capitale".
Fini ritorna anche sull'isotopia della "gita gratuita" pur relegandola a nota di colore.
Molto interessante è la conclusione di questa lettera.
Dopo aver ribadito quanto il governo vuole fare, cioè approvare la "manovra" senza danneggiare i "contribuenti" con nuove tasse, Fini attacca la Repubblica proprio sull'oggetto di valore "giustizia".
Mentre per la Repubblica la "giustizia" è l'oggetto di valore desiderato dai manifestanti, oggetto da cui il governo appare totalmente disgiunto e per niente intenzionato a congiungersi, per Fini la "manovra" voluta dal governo, non danneggiando i "contribuenti" è da sanzionare come "giusta".
Dal punto di vista discorsivo notiamo che mentre l'editoriale de la Repubblica era sì polemico verso Fini ma usava esclusivamente débrayage in terza persona, la lettera di Fini è ricca di embrayage in prima persona.
Fini è a sua volta polemico rivolgendosi esplicitamente al destinatario "Scalfari" ed alla redazione de la Repubblica di cui sono installati simulacri come "caro direttore".
Anche la Repubblica il 16/11 apre in prima pagina con la proclamazione del nuovo sciopero generale da parte dei sindacati in risposta alla richiesta del "voto di fiducia".
Alla manifestazione del sabato precedente si fa ormai cenno solo nell'editoriale, sanzionandola come "grandiosa" ed inserendola in un percorso narrativo che va dal precedente sciopero generale al nuovo proclamato per il 2/12.

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